La Face B dei Nidi d’Arac

Nidi d’Arac sono un gruppo musicale italiano fondato a Roma nel 1995. Con il loro dialetto salentino i Nidi raccontano fin dagli anni Novanta storie scure del sud italiano su ritmi popolari, funk e ambientazioni new wave, allargatesi col nuovo album Face B alla trap e all’afrobeat. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con il fondatore Alessandro Coppola.

Ci spiegate il significato del nome e da dove avete tratto ispirazione?

E’ l’anagramma di “Aracnidi”… un sostantivo che porta alla tarantola, al tarantismo, al mondo antico. Una parola circolare che racchiude il significato esoterico di “cerchio danza”, rituale.

Come nasce la musica dei Nidi d’Arac? 

Nel corso degli anni abbiamo sviluppato diversi metodi di produzione: ogni album ha la sua storia, il suo suono e un approccio diverso, a seconda delle differenti collaborazioni.

Siete una band di molti musicisti. Come viene costruita una canzone, chi si occupa dei testi e come vengono scelte le musiche?

I testi, nella maggior parte dei casi, li scrivo io, soprattutto quando propongo la forma canzone. Il brano poi si sviluppa nella pre-produzione, dove ogni musicista traduce l’idea attraverso le proprie competenze e il proprio strumento. Quindi si passa alla produzione, al suono generale e alle scelte sonore che danno coerenza artistica all’album.

Il 12 ottobre è uscito Face B, che celebra i vostri vent’anni di carriera dall’esordio nel ’98 con Mmacarie. Come vi sentite al pensiero di essere una tra le band più conosciute della world music internazionale?

Ci fa sicuramente onore, anche se in Italia non molti sono a conoscenza della nostra carriera internazionale. In ogni caso, per noi è una grande avventura che dura più di vent’anni. Abbiamo vissuto storie veramente incredibili in giro per il mondo, storie che probabilmente racconteremo ai nostri nipoti.

In Face B sono presenti sonorità trap: quanto sono cambiati e si sono contaminati i Nidi d’Arac come sonorità? Quali sono i temi trattati?

Sono nati dalla messa in discussione del nostro concetto di modernità: mi trovavo a Parigi, città nella quale vivo e lavoro come coach di artisti rapper, in particolare giovani che fanno trap e afrotrap. Quest’ occasione ci ha fatto riflettere sulla modernità della nostra musica e su come avremmo dovuto adattare il nostro stile in conformità con la nostra filologia musicale, in poche parole sul rapporto tradizione-modernità.
Attualmente, nelle grandi metropoli europee (e in particolare a Parigi) c’è grande attenzione per la musica trap e afrotrap. Potremmo dire che la tendenza è una sorta di afrobeat con suoni trap, e questo si sente molto nelle nostre produzioni.

A inizio anno è morto Fumarola, professore dell’Università di Lecce, sociologo, antropologo. Che importanza ha avuto per voi come gruppo? Lo avete conosciuto personalmente?

Lo conoscevo personalmente. Un giorno mi disse sorridendo: voi siete le mie teorie concretizzate in un gruppo musicale. Questa frase spiega quanto le sue teorie mi abbiano influenzato nella costruzione del progetto e quanto la mia ricerca personale, in termini antropologici, abbia influenzato la nostra musica.

Che differenza c’è tra la trap della scena italiana e la trap della scena parigina?

A mio avviso, la vera trap italiana non è molto conosciuta. Per scoprirla bisognerebbe andare a cercarla tra gli artisti che vengono dal popolo.  L’artista più vicino alla trap francese è Gali, proprio per le sue caratteristiche etniche.

Per scoprire le proprie origini, la propria cultura, è necessario partire?

Nel mio caso è stato fondamentale. La distanza aiuta a valutare gli aspetti più interessanti della propria cultura. Fornisce una nuova prospettiva.

Com’è creare una band in una Roma della seconda metà degli anni ’90?

Sicuramente più difficile rispetto ad oggi. Era intenso e faticosissimo trovare dei musicisti compatibili (personalmente e musicalmente): dovevi andarli a scoprire, incontrare, conoscere, proporre, potevi essere stupito, deluso… Ora, grazie ai social network, hai la possibilità di selezionarli a priori e confrontarti per iscritto.

Avete fatto tantissimi tour in questi anni, in terra italiana e in terre estere. Che rapporto avete con il vostro pubblico? 

Abbiamo accumulato in vent’anni più generazioni di pubblico affezionato: penso che questa sia una delle nostre grandi soddisfazioni… è una grande emozione vedere genitori e figli, in prima fila, che cantano i nostri brani.

Vi sono differenze tra gli spettatori nostrani e quelli stranieri? 

Non vorrei offendere nessuno, ma, nella maggior parte dei casi, all’estero abbiamo trovato un pubblico più attento e musicalmente più preparato rispetto a quello italiano.

Come vi preparate ad un live?

Normalmente facciamo delle “chiuse” in sala prove per settimane e testiamo il concerto in posti un po‘ più familiari.

Come ci si sente a condividere un palco con Goran Bregovic, Jimmy Cliff, Salif Keita, Kasabian o Bjork?

Lusingati, fieri, orgogliosi. Fondamentalmente si sente forte l’emozione di vivere la storia della musica più da vicino.

Quali sono gli artisti da cui prendete spunto e di cui non potreste fare a meno nel vostro Ipod?

Da Carosone a Enzo Avitabile, dai Clash a Les Negresses Verte, a Childdish Gambino.



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