Il ritorno dei Neurosis è superiore a qualsiasi aspettativa

Prima di spendere qualche parola su An Undying Love for a Burning World, l’ultima straordinaria fatica dei Neurosis in uscita il 20 marzo 2026 per Neurot, è necessario riavvolgere il nastro e fare un po’ di cronaca.

Dieci anni esatti fa esce Fires Within Fires che, assieme al precedente Honor Found in Decay (2012), ha l’accoglienza più fredda da parte di critica e fan sin dai tempi dei primi due dischi (Pain of Mind e The World as Law), appartenenti a tutt’altra epoca e genere; siamo, infatti, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 e il gruppo di Oakland propone una sorta di hardcore punk declinato in chiave crossover thrash. Con Souls at Zero (1992) cambiano le carte in tavola, i Nostri mettono a segno il loro primo capolavoro e danno vita da lì in poi a una discografia pressoché immacolata all’insegna di un genere che verrà etichettato, col senno di poi e dopo averlo quasi creato da zero, “atmospheric sludge metal” o, in modo più grossolano, “post-metal”.

La citata doppietta Honor Found in Decay/Fires Within Fires sembra interrompere parzialmente la magia, non perché siano lavori scadenti, ma l’impressione generale è quella di una formula venuta ormai a noia e piuttosto ripetitiva, complice la lunga serie di epigoni indirettamente creati dagli stessi Neurosis nel corso dei decenni, con nuovi gruppi che hanno provato in tutti i modi a emularne gesta e suoni. Dal 2016 al 2019 sono in tour, poi tutto si interrompe.

Nulla di strano apparentemente, sia per i tempi del gruppo, ultimamente più dilatati fra una pubblicazione e l’altra, sia perché nel 2020 il Covid ferma il mondo intero. Nel 2022 un fulmine a ciel sereno: Scott Kelly con un post su Facebook ammette di aver perpetrato abusi alla sua famiglia e si ritira definitivamente dalle scene. Sembra essere la fine del gruppo.

Quattro anni di silenzio, poi improvvisamente l’annuncio di un nuovo album che vede in formazione anche Aaron Turner (Isis, Sumac) al posto di Kelly. Un nuovo inizio in tutto e per tutto nel migliore dei modi possibili. An Undying Love for a Burning World, infatti, non è solo una rinascita casuale, ma è anche il miglior album dei Neurosis probabilmente dai tempi di A Sun That Never Sets (2001).

Una premessa lunghissima senza la quale non sarebbe possibile capire l’importanza di un disco come questo per il gruppo, per il genere e probabilmente per il metal intero, almeno quello degli ultimi quindici anni. C’è tutto ciò che i Neurosis sembravano aver lasciato per strada, con sottili novità qua e là senza mai forzare la mano. Se, per esempio, i riff di Blind sono una vera e propria consolazione, quasi sembra naturale trovare nello stesso brano un breve intermezzo elettronico prima dell’incontro (riuscitissimo, come in tutto il disco) fra le voci di Turner e Steve von Till.

I pezzi sono praticamente tutti di alto livello; Mirror Deep vive di una furia che sembrava sopita e che porta immediatamente l’ascoltatore nell’universo-Neurosis prima di First Red Days, forse picco dell’intero album a tal punto che non avrebbe sfigurato anche nei dischi “storici”: un climax perfetto che fonde l’animo ruvido e quello più delicato come non si sentiva da tempo.

Seething and Scattered vive di sfuriate improvvise e stasi acustiche, mentre nel finale la lunga doppietta In the Waiting Hours/Last Light chiude come meglio non si potrebbe. In circa 25 minuti complessivi è racchiusa l’intera poetica degli statunitensi; melodie che sbucano da riff pesantissimi, dissonanze e distorsioni a guidare momenti incredibilmente poetici, la sporcizia dello sludge capace di ingentilirsi senza mai perdere le coordinate di riferimento.

I motivi dell’importanza indiscutibile di An Undying Love for a Burning World sono stati sviscerati in apertura e sarebbe inutile ripeterli. Quello che resta è un disco fondamentale per capire ciò che sono stati e soprattutto ciò che sono oggi i Neurosis.



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