Corpse Flower: un incontro a metà strada

Che Mike Patton sia ingordo di tutto ciò che riguarda nuovi progetti e collaborazioni è cosa nota: non si è mai tirato indietro in nessuna delle sue mutevoli forme, a partire dai suoi gruppi (Faith No More e Mr. Bungle su tutti) fino alle colonne sonore, passando per Mondo Cane ed altro ancora. E quando nel 2011 conosce il compositore francese Jean-Claude Vannier durante i lavori per il tributo a Serge Gainsbourg all’Hollywood Bowl, i due si prendono subito. Si mettono d’accordo per collaborare, poi gli impegni fanno slittare l’idea per diversi anni, fino a quando il progetto prende ufficialmente vita il 13 settembre 2019 con l’album Corpse Flower, in uscita per Ipecac Recordings.

Da una parte Vannier, amante dei dettagli e della precisione minuziosa, dall’altra Patton, che con un pizzico di estro e follia va a completare il quadro. Ed infatti la genesi dei dodici brani dell’album avviene più o meno così: il francese manda delle versioni incomplete dei suoi pezzi a Patton, che li interpreta e modula in maniera unica ed esemplare. Infine, tanti musicisti, a metà fra Los Angeles e Parigi, a dare effettivamente vita al progetto nato ben otto anni fa.

Apre Ballade C.3.3. dalle tinte noir, un fumoso episodio parigino in cui si erge la vena più atmosferica dei due artisti, mentre già la successiva Camion mette in luce l’animo rock di Patton, che sprigiona la sua energia in un pezzo che tutti si aspettano da un suo album. Cold Sun Warm Beer è uno dei momenti più riusciti del lotto, sicuramente l’episodio più sperimentale, ricco di una teatralità quasi inquietante e spettrale, ben diverso dalla teatralità melodrammatica di Hungry Ghost.

L’eleganza crepuscolare di Insolubles è a metà fra il ruffiano e l’irresistibile, al contrario di On Top Of the World, molto più semplice e scontata nella sua patina pop. Schitarrate improvvise animano A Schoolgirl’s Day, mentre archi maestosi arricchiscono Pink and Bleue, che chiude l’album.

Complessivamente, Corpse Flower è un buon lavoro, a cui però manca un po’ di brio in grado di scacciare via un velo di monotonia dovuto a delle scelte piuttosto pacchiane ed evitabili. L’eclettismo di Mike Patton si percepisce, così come la classe di Vannier, non pervenuta invece la voglia di voler osare ed andare tanto oltre da rendere memorabile un album tutto sommato buono ma non di più.