Unspoken Words: le emozioni elettroniche di Max Cooper

Avevamo lasciato Max Cooper, nome di spicco del panorama IDM/ambient techno, con il progetto Glassforms (2020), una reinterpretazione del genio Philip Glass pubblicata in collaborazione con il compositore Bruce Brubaker.

Se quell’esperienza è stata l’ennesima prova della costante curiosità musicale del musicista di Belfast, adesso, a due anni di distanza, Unspoken Words, in uscita il 25 marzo 2022 per Mesh (etichetta fondata dallo stesso Cooper), segna il ritorno alla dimensione “tipica” della sua produzione, sebbene sia una definizione fortemente riduttiva per un sound così variegato.

Di sicuro adesso a dominare è l’elettronica, sviscerata in tutte le sue salse, per quanto la componente ambient sia più forte che mai, come dimostra l’avvolgente title-track, che fa anche da brano d’apertura. Ma sin dal pezzo successivo, Inanimate to Animate, è chiaro il legame indissolubile con il mondo dell’IDM, che si articola fra suoni organici e glitch stranianti, sporcando (ma non coprendo) la performance sfuggente di Kotomi.

Ed è ancora Kotomi ad illuminare le tensioni sotterranee di A Model Of Reality, modulando il suono verso aperture più ariose, che poi trovano piena libertà nel brano successivo, Ascent, il più cinematografico del disco, ennesima testimonianza dell’importanza che Cooper conferisce all’aspetto visivo dei suoi brani.

L’acidità, evocata sin dal titolo, di Symphony In Acid si amalgama bene con i ritmi invasati che coprono l’intero brano e che in parte continuano, seppur con pelle mutata verso scenari quasi da clubbing, nella successiva Exotic Contents. Chiude Stream of Thought, che ricorda per certi versi, soprattutto nelle sue trame space ambient, il brano d’apertura.

Unspoken Words è probabilmente il disco più sentimentale di Max Cooper, che traccia una sorta di diario a cuore aperto nei tredici brani dell’album. Si avverte una tendenza all’emozione sia nelle tessiture organiche sia quando il sound si espande, lasciandosi trasportare dall’immaginazione e lasciando da parte le note centellinate. Manca, dunque, una dimensione “asettica”, nell’accezione positiva del termine: alcuni brani, infatti, spinti dalla voglia di stupire, allungano inutilmente il discorso. Fortunatamente, ciò intacca solo in parte la compattezza del disco, che scorre via piacevolmente nonostante una durata abbastanza impegnativa.




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