Karakoz: storia di un album nato in mezzo a un genocidio
Non è stato fermo in questi anni Mai Mai Mai (risalgono a meno di un anno fa lo split con gli OvO e I racconti di Aretusa con Lino Capra Vaccina), ma un album in “solo” manca dal 2022, con quel Rimorso forse apice della sua produzione e fra i dischi più interessanti usciti in Italia nell’ultimo periodo. Un’attesa interrotta da Karakoz, in uscita il 6 febbraio 2026 per Maple Death Records, registrato nel 2024 in Palestina con il genocidio in corso e più volte denunciato anche dal musicista, da sempre attento alla causa palestinese. Lui stesso si domanda quale possa essere il significato di continuare a fare musica nel bel mezzo di questa tragedia; una domanda destinata a rimanere tale, ma che ben evidenzia il contesto in cui è nato un album difficile sin dalla sua gestazione.
Come rendere la disperazione e il dramma di un popolo? Impossibile riuscirci, eppure Mai Mai Mai, nei sette brani del disco, riesce quanto meno a portare l’ascoltatore con sé in quel viaggio, facendolo immergere in una proposta sonora più che eclettica, com’è lecito aspettarsi dalle sue produzioni. Sotto più aspetti sembra rielaborare le istanze e il patrimonio (anche e soprattutto) sonoro palestinese attraverso il suo stile ormai riconoscibile. Se il karakoz evocato dal titolo, teatro delle ombre tipico dell’Impero Ottomano, dà una dimensione fisica all’album, sta negli spettri del suono la vera magia di un disco in costante evoluzione.
Se il lutto e il dolore arrivano forti sin da subito con la voce di Maya al Khaldi nell’apertura Grief, è nella title-track appena dopo che inizia un caleidoscopio di vita: registrazioni vocali e ambientali danno una percezione reale e pratica all’album, i ritmi soffusi e nascosti alzano la polvere su un’atmosfera in costante tensione. In Echoes of the Harvest Alabaster DePlume presta il suo sax in dialogo con il Buchla nella rievocazione di un canto di lavoro, mentre le percussioni di Old Poem of Sand sembrano aprire la pista alla voce spiritata di Julmud in Dawn of the Cremisan, forse il momento più psichedelico del disco.
In Jinn of the Bethlehem il mijwiz, strumento in legno simile a un flauto, di Osama Abu Ali arricchisce le trame di Moog prima della conclusiva Wondering Through the Crowded Paths of al-Hisba, un brano-mondo che vive di voci, traffico, strade piene di vita e speranze mentre ai field recordings si affiancano ancora il Moog e lo yarghul, antico strumento a fiato della tradizione araba.
Non solo per il contesto, ma anche da un punto di vista meramente musicale, Karakoz è uno dei dischi più complessi di Mai Mai Mai. Ricco di spunti, ma non è una novità, l’album riesce ad essere di cuore e mai cervellotico, nonostante siano necessari più ascolti per riuscire a coglierne tutte le sfaccettature. Resta, più di ogni altra cosa, la testimonianza in musica di un’esperienza irripetibile fra un passato difficile e un presente ancora più terribile. Non un omaggio, ma uno sguardo su un popolo intero.
Classe ’99, laureato in Lettere moderne e alla magistrale di Filologia moderna alla Federico II di Napoli.
La musica e il cinema le passioni di una vita, dalla nascita interista per passione e sofferenza.
