30:20:10: il tour dei Marlene Kuntz raccontato da Luca Bergia

I Marlene Kuntz stanno portando in giro per l’Italia il tour 30:20:10, che celebra i 30 anni d’attività del gruppo e i 20 anni del terzo album Ho ucciso paranoia. Ne abbiamo parlato con Luca Bergia, batterista del gruppo.

Il tour dei Marlene Kuntz procede a gonfie vele dopo essere stato rimandato. Cos’hai provato quando hai capito di avere la tendinite e com’è stato vivere questa condizione in un momento così delicato?

Per me è stato traumatico e sconvolgente. Ho subito pensato al tour estivo e alle fantastiche location che avevamo scelto che sarebbero andate perse con lo spostamento del tour. Inizialmente avevo anche cercato di capire se ci fosse stata la possibilità di sostituirmi, ma celebrare i 30 anni d’attività senza uno dei fondatori non avrebbe avuto molto senso. Poi ho pensato anche a tutte le persone che avevano già comprato i biglietti, magari avevano prenotato aerei o preso le ferie. Per fortuna ora mi sono ripreso alla grande e il tour sta procedendo molto bene nei club, stiamo offrendo ai nostri ascoltatori un concerto sorprendente: chi ha visto dal vivo i Marlene Kuntz in queste date trova degli elementi di assoluta novità.

30 anni di Marlene Kuntz: c’è un segreto per rimanere in sintonia, sia in studio che dal vivo, dopo tutto questo tempo?

Sicuramente trent’anni sono tantissimi: ci sono matrimoni che durano molto meno! Noi (Luca Bergia, Cristiano Godano, Riccardo Tesio, ndr) siamo tre persone che condividono una grande affinità artistica ed una grande amicizia. Ognuno di noi si è specializzato in diverse competenze e così riusciamo a completarci fra di noi.

Si celebrano anche i 20 anni di Ho ucciso paranoia: qual è il tuo pezzo preferito dell’album e perché?

Non riesco mai a rispondere a questa domanda perché in tutti i nostri dischi diamo il massimo di noi stessi, arrivano dopo un processo molto lungo di composizione ed affinamento e quindi non riusciamo a decidere un pezzo che preferiamo, o uno più forte di un altro. Sono gli ascoltatori che decidono quale pezzo può essere più fruibile. Non abbiamo mai pensato alla logica dei singoli, quando componiamo ci lasciamo andare in un mondo unico composto fra la nostra musica e le parole di Cristiano.

Alla fine di Sonica state proponendo una deriva noise-psichedelica con sonorità space che conducono alla fine del concerto: com’è nata l’idea di questa jam?

In realtà abbiamo sempre fatto questo genere di cose: ad esempio anche le Spore contenute in Ho ucciso paranoia erano derive psichedeliche in cui ci lasciavamo completamente andare. Quel disco è stato frutto di una serie di ore improvvisazioni e poi riascoltavamo tutto il materiale cercando di focalizzare i momenti più stimolanti per poi costruirci una canzone. Anche le nostre sonorizzazioni dei film muti sono delle derive molto libere mai uguali fra loro: è un’attitudine che abbiamo da sempre.

Il concerto è diviso in un doppio set, prima acustico e poi elettrico: questa scelta quanto rispecchia la versatilità del gruppo?

Rappresenta la doppia anima dei Marlene Kuntz: una più poetica ed intima ed un’altra più animalesca ed energica. Questo binomio è presente sin dal primo disco (Catartica): ad esempio, un pezzo come Nuotando nell’aria è molto diverso da altri brani come M.K. o Giù giù giù.

I Marlene Kuntz hanno scritto pagine importanti per la musica alternativa in Italia. Come vedi la situazione musicale attuale nel nostro Paese?

Noto che la forbice è sempre più allargata: mancano le vie di mezzo. Oggi vedo delle realtà che sono di ultra-nicchia o che sono ultra-pop. Noi siamo riusciti partendo dall’indie e dall’underground ad arrivare ad una platea molto ampia, seppur non mainstream. Adesso è difficile definire la scena indie, perché i gruppi indie di oggi fanno pop. Sono tendenzialmente quello che noi evitavamo quando abbiamo iniziato a fare musica, abbiamo cercato di allontanarci da quei clichè.

C’è qualcosa che ti piace nella scena italiana di oggi?

Trovo interessanti delle realtà come i Winstons o gli I Hate My Village, ma sono comunque tendenzialmente esterofile, non c’è un testo in italiano o un immaginario vicino alla nostra identità. All’epoca i Marlene Kuntz hanno avuto il coraggio di proporre qualcosa di nuovo in Italia, ispirato musicalmente ai Sonic Youth, ma con la volontà di cercare sempre la forma canzone e con i testi impegnati e densi di Cristiano, scritti in italiano per poter arrivare a tutti. Sotto questo punto di vista oggi mi sembra che siamo tornati un po’ indietro, chi canta in italiano fa una sorta di cantautorato molto pop e leggero.

Sono passati già tre anni dal vostro ultimo album, Lunga Attesa. C’è qualche progetto in cantiere per un nuovo lavoro?

Si, stiamo lavorando sul nuovo disco. I tempi non sappiamo ancora quali sono perché stiamo lasciando briglia sciolta alla nostra creatività e vogliamo fare un album sorprendente, quindi abbiamo deciso di prenderci tutto il tempo necessario per creare qualcosa di veramente speciale.