Devozione al pianoforte, sinestesie indotte e necessità interiori in Fallen Trees di Lubomyr Melnyk.

Se dovessi descrivere la devozione, probabilmente userei come termine di riferimento il rapporto tra Lubomyr Melnyk e il suo pianoforte. Un uomo con l’aria da mistico navigato che ha dedicato al suo strumento oltre 50 anni, ha inventato un genere (la continuous music fatta di movimenti rapidissimi) e un’apposita tecnica di esecuzione che è troppo complicata da insegnare. Ha composto più di 100 lavori, ha scritto trattati e manuali su come suonare la sua musica continua, si è districato tra l’immanente e il trascendente della sua arte alla ricerca del significato profondo nascosto dietro ogni nota.

Erased Tapes si circonda spesso di musicisti impegnati in una ricerca meticolosa del suono giusto, quindi sulla qualità compositiva di Melnyk è quantomeno in linea con le aspettative, se non molto al di sopra. Ma le sue qualità non si fermano certo al fatto che le sue sono tra le dita più veloci e abili che si siano mai viste. È un uomo spirituale, Melnyk, e non ne fa mistero. Il compositore ucraino è fermamente convinto che i pianisti siano pastori di anime, perché per il tramite della loro arte riescono a vedere ciò che alle persone moderne è precluso. Proprio come quell’essere umano di Kandinskij, che “ci assomiglia ma ha in sé una misteriosa forza visionaria. Egli vede e fa vedere”.

Sta in questo, la grandezza di Fallen Trees, l’ultimo piccolo capolavoro di Melnyk: nel suo essere poderosamente immaginifico, nella forza sinestetica delle sue note, nei passaggi virtuosi che evocano esplosioni di colori, una bruta forza vitale difficile da cristallizzare in forme definite. Le composizioni di Melnyk hanno un titolo e una durata, così come un quadro è racchiuso in una tela ed è realizzato con delle tinte, ma al di là di questi elementi rozzi e materiali si dispiegano infiniti universi, impossibili da descrivere.

La musica di Melnyk, per il tramite di una tecnica sopraffina e di un trasporto fuori dal comune, crea ponti veritiginosi, scale tortuose, discese e risalite ripide che trascinano l’ascoltatore oltre il velo grigio della realtà materiale. Non avrebbe molto senso provare a descrivere i suoi brani; sarebbe più facile chiedervi di immaginare un paio di mani che si muovono su una tastiera ad una velocità impressionante, e che ogni pressione trasformi il bianco del tasto in un colore vivacissimo, sempre diverso dal precedente.

Ciò che Lubomyr Melnyk realizza con le sue opere, e con Fallen Trees in particolare, è la sublimazione dell’ascolto musicale, espressione altissima di quel principio che Kandinskij definiva “principio della necessità interiore”. L’efficace contatto con l’anima, che sempre secondo l’artista russo è essa stessa un painoforte con molte corde. Quando Melnyk suona, quell’anima vibra in modi inaspettati, o non vibra affatto, perché Fallen Trees non è un disco per tutte le orecchie. Richiede almeno un briciolo di quell’impegno e quella dedizione che il pianista ha trasfuso nel bianco e nero dei tasti, e non può essere ascoltato distrattamente mentre si fa altro. Ciononostante, la ricompensa è dieci volte più grande dello sforzo. Se vi siete mai chiesti che suono hanno i colori, Fallen Trees potrebbe essere esattamente la risposta che cercate.




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