I Love In Elevator mirano alle stelle

I Love In Elevator sono nati nel 2004 a Venezia, dopo diversi cambi di line-up si è arrivati a quella attuale formata da Anna Carazzai (voce, chitarra), Federico Mellinato (basso) e Andrea Volpato (batteria, synth). Il trio, giunto ora al quarto album in studio, ha sviluppato uno stile personale dove la bontà del grunge si fonde con sonorità dark e noise, a volte spingendosi verso territori psichedelici. Lies To Stars è stato pubblicato il 18 aprile 2019 su tutte le piattaforme digitali e in vinile per Lagoonar, Riff Records, Fuzzy Cluster Records.

Da cosa deriva il nome del gruppo?

Deriva dall’unione dei Love e dei 13th Floor Elevators, due band psichedeliche degli anni sessanta che ascoltavamo moltissimo al tempo.

Lies To Stars è il vostro ultimo lavoro, pubblicato il 18 aprile scorso per Lagoonar, Riff Records e Fuzzy Cluster Records. Perché titolare il disco in questo modo? 

La traccia n ͦ 3 dell’album si intitola Lies are the Stars. Abbiamo ripreso quel titolo e lo abbiamo spinto oltre: se il brano afferma che le bugie sono le stelle, il titolo dell’album sposta l’attenzione sul fatto che le bugie che raccontiamo agli altri e a noi stessi sono talmente grosse che arrivano addirittura alle stelle, vanno oltre questo pianeta.

Quali sono i temi principali? Esiste un focus centrale che fa da filo conduttore per l’intero album?

Cospirazione, lotta contro i mulini a vento, viaggio nello spazio e amore. Il filo conduttore in un certo senso è il suono che caratterizza i brani dell’album, ben definito e costante. Poi anche uno sguardo all’universo e ai pianeti, per rendersi conto di quanto restare focalizzati sul nostro piccolo giardino abbia davvero poco senso. C’è una collettività a cui pensare in questa terra, siamo piccoli ed insignificanti se ci guardiamo dallo spazio, quindi sarebbe bene cambiare completamente la prospettiva egocentrica che sta portando tutto alla deriva. Allargare gli orizzonti e cambiare più volte il punto di vista.

I 10 brani del disco hanno ognuno un artwork dedicato. A cosa è dovuta questa scelta? 

Ci mancava la voglia di seguire l’iter del classico videoclip del “singolo”, allora abbiamo preferito valorizzare ogni canzone con delle immagini che andassero a sviscerare il brano in profondità. Conosciamo tutte queste ragazze fantastiche che sono pittrici, illustratrici o fotografe e abbiamo affidato ad ognuna un brano con il relativo testo. È stato sorprendente come ognuna di loro sia riuscita a centrare il cuore di ogni canzone.

Non c’è traccia di elettronica nei vostri brani, cosa assai rara ormai anche nelle produzioni considerate rockeggianti. Scelta stilistica?

Non è stata una scelta stilistica perché per ingenuità o naturalezza non ci abbiamo proprio pensato. Non c’è stata la necessità di ragionare sullo stile che volevamo dare, è venuto e ci è piaciuto così. Keep it short and simple. Nessuno di noi tre è abile con l’elettronica, non avrebbe avuto molto senso azzardare in territori che non ci appartengono. E fondamentalmente, siamo ancora tra i sostenitori della vecchia scuola delle chitarre, quella scuola ormai abbandonata dai più.

Quali sono i gruppi che vi hanno maggiormente influenzati nel vostro progetto musicale?

Fugazi, Siouxsie and the the Banshees, Black Sabbath.

Siete sulla scena da alcuni anni e avete avuto diversi cambi di formazione senza che questo però intaccasse la vostra forza dal vivo. Come li avete vissuti?

In questa band il cambiamento è diventato essenziale per mantenere in vita il progetto e rigenerarlo di volta in volta. Ogni formazione ha portato con sé un’anima, intenzioni ed esperienze diverse. All’inizio il cambiamento mi spaventava, avevo un’idea distorta e romantica della band e avrei preferito restare bloccata in energie che non funzionavano più al massimo, piuttosto di cambiare. Invece col tempo ho imparato ad apprezzare i nuovi inizi, come se ogni volta fosse un nuovo debutto, è diventato eccitante, e sicuramente ha aiutato la band ad evolversi e a rimanere fresca ed entusiasta.

Come si è evoluta la linea musicale dall’esordio ad oggi? 

Siamo partite in tre ragazze adolescenti che avevano urgenza di esprimere la propria creatività attraverso le chitarre e le urla, è stato un inizio punk emo hardcore, poi rimodellato e definito in una versione post punk e blues, per arrivare alle distensioni shoegaze. Ora non so dove siamo arrivati, sicuramente alla conclusione che non sento più la necessità di urlare la mia rabbia, riesco a concepire di cantare senza dover soffrire tantissimo durante la catarsi dell’urlo.

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