Sinner Get Ready: l’anima drammatica di Lingua Ignota

Difficile inquadrare e focalizzare pienamente la figura oscura e criptica di Krystin Hayter, meglio nota con l’alter ego Lingua Ignota. Personalità complessa, misteriosa, eccentrica, la musicista statunitense è anche fra i nomi più importanti degli ultimi cinque anni per diversi motivi.

In primis, per aver consegnato due album di pregevole fattura: prima All Bitches Die (2017), l’esempio lampante dell’amore per le sonorità industrial, per il rumore, per le sferzanti ed improvvise sfuriate noise, ma senza mai lasciare da parte quella sacralità che sarà accentuata maggiormente negli album successivi; poi Caligula (2019), in cui il post-industrial inizia a fare spazio ad un’intimità in salsa neoclassical darkwave.

Secondo: l’urgenza espressiva e musicale, completamente inediti. Che piaccia o meno, il progetto Lingua Ignota è unico, non c’è nulla di simile in giro, niente in grado di unire in modo così convincente innovazione e derivazione, passato e futuro, classicità e avanguardia.

Terzo, ma non per importanza: i temi. Costantemente in bilico fra religione e vendetta, fra sacralità e denuncia, fra dolore ed espiazione, Lingua Ignota esprime nei suoi brani tutta l’intensità e la passionalità con cui affronta il suo rapporto con Dio, con la società e con la figura umana.

Tenendo presente tutto ciò che ha creato con i primi due album, è lecito aspettarsi una nuova conferma dal terzo capitolo Sinner Get Ready, in uscita il 9 agosto 2021 per Sargent House. E va detto subito: una dimostrazione d’affidabilità che non solo arriva, ma supera probabilmente le più rosee aspettative.

Il disco è il più maturo della Hayter, che supera definitivamente il noise e l’industrial, adesso centellinati ai minimi storici, per approdare al lato più drammatico e folk che si era già intravisto nel precedente Caligula, che rappresentava ancora una sorta di summa fra la natura industrial e quella neoclassica.

Potrebbero, dunque, rimanere delusi i fan di All Bitches Die, che adesso si ritrovano davanti un album giocato tutto sul folk d’avanguardia, ancora neoclassical darkwave, ma anche musica da camera e liturgia cristiana, fino ad approdare al folk bucolico degli Appalachi. Il primo brano, The Order of Spiritual Virgins, contiene ancora inserti noise, ma si percepisce già quella tensione alla religiosità da camera, a tratti operistica, che sarà persistente nei pezzi successivi, come dimostra prontamente I Who Bend the Tall Grasses, una liturgia sacra in cui la voce della Hayter esplode, accompagnata da un organo.

Many Hands trascina il sound verso lo spettrale folk degli Appalachi e la presenza di strumenti acustici, piatti tibetani e rumori improvvisi aumenta la sensazione di oppressione e angoscia, che non si scioglie nemmeno alla fine del brano. La ritualità torna a far da protagonista nella circolarità litanica di Repent Now Confess Now, in cui il gioco di sottrazione rispetto agli altri pezzi è tanto evidente quanto necessario.

Menzione necessaria per il finale: Man Is Like a Spring Flower crea un mondo ultraterreno, composto di voci angeliche, cori soavi e sonorità ascetiche, e prepara il terreno per la conclusiva The Solitary Brethren of Ephrata, che ha tutte le sembianze della preghiera, di un inno illuminato alla ricerca dell’ignoto.

Se negli album precedenti Lingua Ignota era stata definita come “la Nico dei nostri tempi”, è solo con Sinner Get Ready che questa identificazione può dirsi completa. Con un album che sembra registrato in parte in una chiesa gotica ed in parte in una notte stellata su una catena montuosa del Nord America, la musicista californiana riesce a trasmettere una quantità sterminata di stimoli e lo fa nel modo più puro possibile, ma senza mai scadere nella banalità.

Fra i dischi più importanti ed interessanti dell’anno.




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