Last Eon: atmosfere liquide e poetiche

Chi sono i Last Eon: I Last Eon nascono a Cassino (provincia di Frosinone) dalle ceneri dei Shy Eon. Sergio Todisco (voce e chitarra), unico membro rimasto dall’esperienza Shy Eon, nel corso degli anni ha continuato a scrivere materiale fino alle registrazioni dell’album di debutto, Before I Close My Eyes. Insieme a Sergio Todisco formano la band Emanuele Tartaglia (batteria), Alessandro Prete (basso), Manuel Parisella (chitarra, synth) e Fabio Pittiglio (chitarra, cori).

Si fa davvero notare l’importante minutaggio del primo brano, lo stesso che dà il titolo all’album debutto in questione, Before I Close My Eyes uscito il 22 novembre scorso, ovvero cinque composizioni in equilibrio tra post ed alternative rock; 10:09 per un testo di ampio sviluppo e respiro, un’imponenza sonora definita anche da un iniziale tempo marziale che ricorda lo sfilare di abiti solenni.

E sono i versi cantati, perché di poesia si tratta, con il ricco impatto strumentale a svolgere il compito di rilegare un fardello compositivo con insinuazioni quasi onomatopeiche, a tratti noir, dove un ponte per ritentare una tonalità accogliente sembra essere l’arpeggio di chitarra, nel suo potente sviluppo che sfocia lirico nel riassunto armonico dell’assolo.

Davvero godibile Deadgods, brano che apre scenari solidi e massicci, genuina essenza rock allo stato puro, è un andante senza fretta, una maestosa passeggiata strofica di voci e chitarre, guidate da una severa batteria capace di lasciare spazio allo scorrere di intrusioni synth che fanno da trampolino agli assoli cantabili di chitarra.

Eco bisbigliato del testo per The Wrong Song, dove l’equivoco sonoro rinforza un incipit pacato, lo svolgimento culmina in crescendo, piena e aperta sonorità rock di chitarra basso e batteria; il bel cesello di armonia sul finale corre verso accordi tesi e rinforzi corali.

Note tenute esclusivamente strumentali quelle di Elephant, che si sovrappongono l’un l’altra mentre il fondale sonoro si muove dentro un’atmosfera liquida; beat sostenuto da un bel basso e spinte tonali con variazioni di ritorno al tema, volata energica e accorata.

Strange Open Spaces chiude l’album, partendo da un’accordatura simulata emerge un andante articolato e strofico, l’alternanza minimalista di voci davvero commuove, gli innesti sonori e le rievocazioni armoniche portano l’ascoltatore in palpabili oasi strumentali di eccellenza e bellezza esecutiva




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