Sand Enigma: il pomposo ritorno dei Land of Kush

Dieci anni fa, per descrivere l’album Against the Day, debutto del progetto Land of Kush, Sam Shalabi, leader e mente di del gruppo, parlava di “musica di protesta contro l’arabofobia”. Sempre al centro di questioni legate alla politica e contro la discriminazione, il compositore d’origine egiziana aveva dedicato l’ultimo album del collettivo, The Big Mango, uscito ben sei anni fa, all’entusiasmo portato dalla Primavera Araba, ma da quel momento sono cambiate tante, troppe cose.

E come nella musica dei Land of Kush è sempre stato evidente questo spirito a metà fra la rivalsa e l’accusa, anche oggi, in Sand Enigma, in uscita l’8 novembre 2019 per Constellation, si avverte il cambiamento dei tempi, è evidente la differenza del contesto in cui nasce quest’album, differente dal suo predecessore.

Per quanto la musica del collettivo canadese, composto da 24 musicisti, non sia mai stata fruibile ed accessibile ad un pubblico mainstream, l’impressione è che Sand Enigma sia un lavoro ancora più complesso, megalomane nel senso più innocente del termine, complice una proposta musicale che spazia da genere in genere come se non fosse nulla.

La traccia d’apertura, Aha, mette insieme jazz d’avanguardia, musica etnica e voci angeliche ed intense. E per tutta la durata dell’album, composto da 14 pezzi, il leitmotiv sarà la continua ricerca di sperimentazione, la volontà di sorprendere l’ascoltatore. Il sapore psichedelico di Safe Space prosegue su ritmi orientaleggianti la lezione free di Domyat 1331, la lunga Broken Maqams mette in mostra tutta la natura eclettica del progetto, elegante e folle allo stesso modo.

Per un ascolto così ostico è altrettanto difficile ragionare su un lavoro come Sand Enigma: questa sua versatilità è sia un pregio, grazie alle numerose intuizioni degli ottimi musicisti protagonisti, che un difetto, come appare fin troppo evidente da alcune scelte pacchiane e da una prolissità in diversi momenti fin troppo evidente, a tratti pesante.

L’ultimo album dei Land of Kush si colloca quindi in un’onesta via di mezzo, permeata da un alone di paradossalità che fa dei suoi punti di forza una debolezza, ma non al punto tale da inficiare sulla qualità complessiva del disco.