kNN, eccellenza partenopea

Alta moda animale uscito il 28 marzo scorso è il titolo del primo album di kNN, moniker di Renato Grieco, contrabbassista, compositore napoletano appassionato del suono oltre che registratore di location freelance e tecnico del suono presso lo studio KU di Napoli.

Grieco comincia nel 2012 a progettare strumenti e spazi per ascoltare, parlare dentro oggetti, ascoltare attraverso gli stessi, con un atteggiamento critico riguardo all’ecologia del suono, l’ascolto come vero e proprio strumento cognitivo che influenza l’intelletto e il corpo con la sua semantica, l’umorismo e la natura tragica. Dalla metà del 2017 l’artista inizia la lavorazione dell’album in collaborazione con Antøniø Serra, fondatore dell’etichetta pseudomagica che ha seguito passo passo l’iter compositivo e curato l’artwork.

L’idea di Alta moda animale si è consolidata durante una residenza artistica presso la Fondazione Lac O Le Mon, a San Cesario di Lecce, così che gran parte dei suoni utilizzati nel disco provengono da lunghe sessioni di registrazione realizzate nella sede della fondazione, e da registrazioni dell’ensemble acustico Le Grand K, manipolate poi in studio attualizzando i processi tipici della musique concrète.

L’esito di questa operazione si traduce nella realizzazione di sette tracce che restituiscono all’ascoltatore un flusso hauntologico di istantanee rarefatte, mutate come in una lenta trasfigurazione, di percussioni, di nitriti e battiti d’ali che si accumulano, voli e rotazioni si sfregano tra loro mentre il pianoforte compare e sembra un invitato speciale. Un po’ horror ed un po’ retro, Asterione apre uno sfondo sul quale si muovono frammenti di un’idea, che poco per volta invade con echi morbidi, contro spigoli di armonie interrotte, supposizioni musicali che si infrangono per rinascere, è il brano vincitore del Premio Renato Musto 2018, patrocinato dall’Università degli Studi di Napoli Federico II e da puntOorg International Research Network.

Gli accordi placidi di violoncello in Alta moda animale attendono l’armonia lontana del brano successivo, Marta nettipattam, che si fa possente, mobile, quasi ansimante e poi nostalgica, operistica quasi. Da una filastrocca parlata di bimba, ancestrale e disarmante si giunge all’immobile inizio di Un chaperon du faucon che impone lentezza sullo strascico della puntina, episodi intrusori come idee salvifiche si susseguono, fino all’ultimo blues, che spezzato indugia sulla tenerezza e la schiettezza d’un compassionevole guaito, sorprendente e allo stesso tempo familiare, considerazione da estendere all’intero album.




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