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Gli Into Orbit sconvolgono la quiete della Nuova Zelanda

Gli Into Orbit vengono da Wellington, la capitale della Nuova Zelanda e la terra dei kiwi. Le prime cose che mi vengono in mente pensando a questa nazione sono sicuramente il Signore degli Anelli, l’Hobbit, il rugby, le pecore o i maori; mai avrei pensato che da questa terra incontaminata, perfetta da visitare in van, sarebbe potuto arrivare un duo tanto rumoroso, dedito al rock sperimentale, metal, prog, doom, ambient e drone.

Paul Stewart (chitarra) e Ian Moir (batteria) sono in due ma suonano come una band formata da tutti i 4,5 milioni di persone che popolano la Nuova Zelanda.

Nove le tracce che compongono Kiesis, il nuovo album pubblicato il primo maggio 2019 per Ironcald Productions.

È con Shifter, il primo estratto dall’album, che si apre Kinesis: una traccia fluida e avvincente, dura dalle prime note, con un suono pesante ma morbido allo stesso tempo. Il duo neozelandese costruisce un muro di suono incentrato su strati e strati di chitarra, alla batteria viene dato il compito di innalzare l’ossatura della traccia. Una continua ricerca delle armonie che portano il drumming finale a essere convulsivo.

Non mancano momenti più tranquilli come Nil in cui le chitarre ululanti e distorte si conquistano le luci della ribalta. La batteria fa da contorno, lasciando alle sei corde tutto lo spazio di creare intrecci sonori.

Un sound corposo e travolgente per Burial Mask. Chitarre abrasive, ritmica martellante che mette a dura prova qualsiasi orecchio allenato.

Horus che chiude il disco, è una traccia di sette minuti di oscure dissonanze, una batteria frenetica con un finale ipnotico.

Kinesis è un album rotondo, di ottima qualità, 44 minuti di musica che difficilmente stanca, nonostante un suono ostico e pesante i due sono stati in grado di produrre nove tracce che variano costantemente, diversificando la formula per ognuna.




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