The Vasulka Effect degli Hugar è un album post-classico di pregiata fattura; 20 brevi pillole, tutte con una storia da raccontare

Con The Vasulka Effect: Music for the Motion Picture il duo Hugar si ripropone l’annoso problema di dover valutare un’opera composta e pensata per accompagnare delle immagini, senza però avere immediato accesso a quest’ultime. La domanda da farsi è se l’album, estrapolato dal contesto al quale era destinato, sia in grado di ritagliarsi una sua autonoma dimensione. In quest’ottica, il peso artistico del duo islandese funge da ago della bilancia; nonostante la scarna produzione discografica, Hugar è un progetto solidissimo, ben delineato negli stili e nelle intenzioni, con una indiscussa capacità di produrre musica emotivamente potente e al passo con i tempi del moderno panorama musicale.

Preso da solo, The Vasulka Effect MMP è un album post-classico di pregiatissima fattura. Si compone di 20 pillole di durata raramente superiore ai tre minuti, tutte bene o male con una storia da raccontare. Le atmosfere intime e oniriche che caratterizzano buona parte delle tracce ben si concilia con quello che risulta essere, dalla lettura della sinossi, il leitmotiv del documentario di Gunnarsdóttir: The Vasulka Effect non è la narrazione ispirata della summa artistica di Woody e Steina Vasulka, è uno sguardo romantico e indulgente sulle loro vicende di vita, sull’ascesa e la caduta di due giganti della scena artistica contemporanea, sulle difficoltà economiche e le preoccupazioni per il proprio lascito culturale, e infine su una più che meritata rinascita.

La musica degli Hugar è lontana dall’esplosività dell’estro creativo dei Vasulka, dalla frenesia di una Kitchen in continua evoluzione, dal continuo trasformarsi della tecnologia che loro stessi hanno contribuito a creare; si riesce ad intravedere, tra le pieghe di onde sonore evanescenti, la dimensione umana dei due artisti, dipinta con un garbo e una delicatezza commoventi. La scelta tecnica di affidarsi a lunghi riverberi, droni luminosi ed evanescenti linee di piano contribuisce a creare la luce giusta, una luce calda e avvolgente da tramonto estivo.

Le eccezioni sono veramente poche, e tutte palesemente ispirate al tipo di sonorità con cui i Vasulka (Steina in particolare) erano soliti lavorare. Did We Find This Place? è un fluido gioco di rimandi, attraversata da note lunghissime che sembrano delle distorsioni sulle quali vola basso un violino frammentato. I ronzii e i suoni artificiali che ogni tanto rompono l’ondeggiante uniformità di Enigma suggeriscono uno scoppiettante universo creativo al di là del velo. The Kitchen, tributo al tempio artistico dei Vasulka, suona quasi ovattato, come se un passante per le strade del Greenwich Village si fosse fermato ad ascoltare, ipnotizzato, le melodie riversate in strada da una finestra.

È triste pensare che i padri fondatori della video-art, due fra i più grandi artisti del XXI Secolo si siano dovuti confrontare, in tarda età e in maniera così violenta, con questioni terrene e invalidanti come la mortalità, i debiti, la volatilità della loro immensa eredità culturale e, soprattutto, il disinteresse del mondo artistico nei loro confronti. Fortunatamente, il messaggio che traspare da questa storia è qualcosa di diverso: l’arte genera altra arte, l’ispirazione è contagiosa, e mentre i Vasulka hanno sperimentato (almeno fino alla morte di Woody, nel Dicembre 2019) una meritata reviviscenza, Hrafnhildur Gunnarsdóttir metteva insieme i pezzi per raccontarne la ricchissima storia di vita e gli Hugar componevano 20 piccole perle per rinforzare la narrazione.




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