Duori: un viaggio umano e sonoro

Va oltre ogni confine geografico e musicale l’incontro fra Heith e i Tarawangsawelas sin dal 2017, anno in cui il musicista italiano e il duo indonesiano entrano in contatto a Bandung. Nonostante la distanza, nel corso del tempo lo scambio fra i due progetti continua imperterrito, registrando e arrangiando pezzi che hanno vissuto più d’una vita tra imprevisti del caso (registratori smarriti, hard disk inutilizzabili) e la costante necessità di trovare nuove chiavi di lettura capaci di poter trasmettere ciò che è effettivamente stata la lunga gestazione di Duori (in uscita il 5 maggio 2026 per STROOM): un viaggio fra due mondi accomunati da una visione sonora comune.

Non è un caso che nei nove brani del disco i titoli siano in indonesiano, italiano e inglese, così come emerge sin da un primo ascolto il background identitario dei musicisti in questione. Se le coordinate dell’album possono complessivamente incanalarsi in un filone avant-folk dai confini illimitati, è fra le pieghe di ogni brano che escono tanto le fascinazioni elettroacustiche tipiche degli album in solo di Heith quanto gli stilemi della musica sundanese (più precisamente della tradizione Tarawangsa) dei Tarawangsawelas.

Naturale, dunque, che in poco più di mezzora di musica ci sia quanto è lecito aspettarsi da un disco nato fra le cerimonie indonesiane e cresciuto fra i tour in Europa. Blue Kembang in apertura traccia immediatamente le coordinate del viaggio con voce e kacapi (una sorta di zither tipico della cultura sundanese) a tessere trame ipnotiche rallentate, ma persistenti, anche nella successiva title-track.

Il Labirinto del Nulla si piazza esattamente a metà fra tribal ambient e folk psichedelico, mentre Pragmatisme Di Lembah Pegunungan è un’inaspettata scheggia impazzita prima della placida calma di Sangkakala Malaikat in cui fiati, sassofono e bonang (strumento a percussione del gamelan di Giava) creano un’atmosfera sospesa lontana dalle precedenti ipnosi e vicina alla new age più sperimentale.

Duori è un disco stratificato, forse anche troppo in alcuni momenti (le tracce finali su tutte). Ma se non tutte le ciambelle escono col buco, ciò che conta è il risultato complessivo, sicuramente riuscito. L’incontro fra Heith e i Tarawangsawelas rispetta tutte le premesse alla base del disco sia sotto l’aspetto sonoro, sia da un punto di vista prettamente umano. La sensazione, al termine dell’ascolto, è quello di un connubio culturale prima ancora che musicale: un pregio che ripaga qualsiasi incidente di percorso.



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