Con A Blemish in the Great Light gli Half Moon Run sono bloccati in una comfort zone

Caratterizzati da un sound ricco di ariose percussioni e noti per l’ottima resa dal vivo, gli Half Moon Run sono tra i gruppi di punta dell’indie rock canadese dell’ultimo decennio, incarnando tutti i principali pregi del genere, strizzando costantemente l’occhio ad una natura folk.

I primi due album, Dark Eyes e Sun Leads Me On, sono stati una prova concreta dell’effettiva qualità del gruppo, in grado di ottenere consensi non solo in patria ma anche in Europa. Dopo quattro anni di silenzio, il primo novembre 2019 esce per Glassnote Records il terzo album, A Blemish in the Great Light.

Sin dai primi minuti di Then Again, brano d’apertura, forte di un climax ascendente molto interessante, è evidente quanto i Nostri non abbiano mutato forma: sembra che negli ultimi anni non sia cambiato nulla, la proposta è quella ascoltata anche nei primi due lavori del gruppo. Ed è proprio questo sound ad essere un’arma a doppio taglio, perché se da una parte è difficile non farsi trascinare dai leggeri e spensierati cori melodici di Favourite Boy, dall’altra la formula rischia di diventare ripetitiva, giunti al terzo capitolo.

Dunque non sorprende, a fine ascolto, riscontrare un’altalena qualitativa fra i dieci brani dell’album: ad esempio, la ballata Flesh and Blood è decisamente scontata, con una chitarra quasi da spiaggia, così come la fin troppo melensa Black Diamond. D’altra parte, invece, riuscita la lunga Razorblade, traccia che mostra una maturità quasi inedita, con due minuti finali mozzafiato che mettono in luce l’anima rabbiosa di Devon Portielje.

Non è solo quest’alternanza di momenti più e meno riusciti il centro di discussione di A Blemish in the Great Light, quanto la strada intrapresa dagli Half Moon Run, sicuramente ben indirizzata e coerente, ma che mostra i suoi lati più deboli nell’assenza di volontà di osare ed andare oltre i propri schemi.

Ed è proprio questo a rappresentare il difetto maggiore dell’album, che pare ancorarsi per quaranta minuti in una comoda comfort zone, uscendone in pochi, seppur ottimi, momenti.