Nelle ampie sale di The Time It Takes di Goldmund è facile perdersi e ritrovarsi tante volte, portandosi via un pezzo d’anima

Nel corso degli anni la distanza che separa le varie anime artistiche di Keith Kenniff si è progressivamente ridotta. Se una decina di anni fa era abbastanza agevole distinguere tra le esplorazioni ambient di Helios e l’elegante progressismo di Goldmund, oggi la linea di demarcazione appare più sfumata, e a tratti quasi indistinguibile. Basti prendere ad esempio l’ultimo lavoro dell’alter-ego neoclassico di Kenniff, The Time It Takes, che si propone come una sintesi di varie idee, in passato compartimentalizzate, e che oggi si mescolano su un’unica, variegata tavolozza.

È evidente che Kenniff uno sguardo intorno a sé l’abbia dato; che il pianoforte e il synth siano più vicini di quanto si potesse immaginare agli inizi del secolo è cosa nota ed ampiamente esplorata nel panorama musicale contemporaneo. Parimenti usata (forse abusata) è l’idea che un disco strumentale che si innesti su questa falsariga debba necessariamente appellarsi al lato emotivo dell’ascoltatore, suscitare sensazioni, evocare ricordi e, più raramente, raccontare delle storie. Cosa rende l’album di Goldmund diverso dagli altri? La maturità artistica di chi compone, senza dubbio, che consente a Kenniff di costruire fondamenta armoniche semplici ma solide, sulle quali mandare in scena le magnetiche evoluzioni di un pianoforte moderno ed ispirato.

Al di là dell’indiscutibile predominanza del piano, infatti, è difficile stabilire dove finisca l’acustico e dove cominci l’elettronico, ammesso che si possa parlare, in assoluto, di inizi e finali. I brani che Goldmund confeziona in The Time It Takes sono ben lungi dall’essere isole, si incatenano e si abbracciano, spesso si richiamano l’uno con l’altro e danno quasi la sensazione di essere più delle sfere che dei tracciati. Sarà l’uso massiccio di delay che danno l’idea di un suono che si espande, o i pattern armonici che a volte si ripetono, ma la musica di Kenniff (di questo Kenniff, in particolare) è in grado di avvolgere l’ascoltatore in spire setose e ipnotiche con una maestria invidiabile.

La nostalgia è la nota di colore predominante, soprattutto in brani come Day In Day Out, The Night o Of No Other che fanno dell’essenzialità la loro principale caratteristiche. In tracce come queste, i tasti del pianoforte vengono appena accarezzati dal compositore statunitense, e spesso le linee melodiche vengono arricchite ed espanse da synth luminosi come raggi di un sole al tramonto. Tra le pieghe di questa coltre di romantico abbandono si intravedono piccoli esperimenti e idee originali, come le impercettibili dissonanze di Abandon o gli ondeggianti arpeggi di For A Time, a ricordarci che Keith Kenniff è prima di tutto uno studioso del suono e degli infiniti intrecci che la musica può creare. Non mancano, poi, brani come Memory Itself o Pavane in cui l’artista si cimenta, come già ha fatto diverse volte in passato, con la sua attitudine alla composizione di evocative colonne sonore.

Pare proprio che i mondi di Keith Kenniff stiano convergendo verso un’unica, illuminata singolarità. Dopo quasi vent’anni di onorata carriera, Goldmund, Helios e perfino Mint Julep si sono riuniti (usando il nome del primo) per creare qualcosa che assomigli ad un resoconto di varie esperienze musicali, solo in apparenza diverse fra loro. Nelle ampie sale che l’opera di Kenniff è in grado di creare è facile perdersi e ritrovarsi tante volte, portandosi dietro ogni volta un pezzo di anima diverso.




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