Quando un esemble musicale decide di autodeterminarsi

Il trio strumentale di Manchester, con il pianista Chris Illingworth, il contrabbassista Nick Blacka e il batterista Rob Turner, ritorna in piazza, questa volta nella maniera più autodeterminata possibile.

L’etichetta storica Blue Note ha deciso di accoglierli da un po’ nel loro alveo, è già, di per sè, è un elemento di non poco conto.

La storia dei GoGo Penguin è strettamente interconnessa allo studio musicale ai tempi dell’università, in cui, man mano, il triumvirato strumentale ha preso a conoscersi.

Gli album del trio rispondono ad una sola finalità: sperimentare, sino agli angoli più reconditi del sound jazzistico e oltre.

Il nuovo album ci traghetta, inzialmente, in un soliloquio di piano, malinconico ma con elementi raggianti, sinonimo di brio compositivo. Subito dopo è tempo di intervenire, a spada tratta, ed in combinato: arpeggi di piano in repeat si associano a percussioni, sino all’esposizione – suadente ed in lontananza – del contrabasso.

L’impressione iniziale è quella di ritrovarsi dinanzi ad un disco dall’impronta – di base – jazz, preordinata alla creazione di pezzi, piuttosto che suite, dalla forma-canzone.

Le influenze classiche (sento Debussy, ma anche sotto-toni più decisi di esperienze di musicisti sovietici) si combinano con disinvoltura a rivoli dall’impronta post-rock. Signal in the noise, è la cartina tornasole: beat iniziali in solo si miscelano ad un pianoforte che diviene voce interpretativa, smussata in elettronico ed interrotto in maniera tranchant.

Diventa sempre più complicato spiegare, in una recensione come questa, l’evoluzione che l’esemble ha sortito negli anni. Si percepisce, però, al tatto, la volontà precipua di spiccare il volo, per tessere nuove storie.

L’album, self-titled, si presenta come una colonna sonora di estrema bellezza, racchiusa in dieci tracce autentiche, difficili da leggere sotto una lente univoca.

Totem, volendo utilizzare una sineddoche, è un simulacro che si erge tra 88 tasti folleggianti e rapidi, con un cuore di decibel elevati circondato da inizio e fine ordinati e silenti.

Nella tracklist si susseguono pezzi dall’anima più intimista-minimalista (Embers) a exploit bollenti ben più decisi, in cui il combinato disposto degli strumenti diviene un’unione d’intenti, in cui ritrovare – bene o male – uno spazio in solitudine per ognuno, senza l’egemonia dell’uno sugli altri.

Un album, in finale, da assaporare con gusto dall’inizio alla fine, come in un viaggio casuale dopo essere saliti sul primo treno in partenza: si sa da dove si parte ma non si sa dove si arriva.




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