TOdays, il futuro è oggi.

Il TOdays Festival 2019, che si svolgerà il 23, 24 e 25 agosto a Torino in diverse location, si preannuncia uno dei festival più caldi della penisola e non solo. Hozier, Jarvis Cocker introducing Jarv Is, The Cinematic Orchestra, Nils Frahm e Spiritualized sono solo alcuni dei nomi che si esibiranno in questa edizione.

Abbiamo intervistato Gianluca Gozzi, direttore artistico del TOdays Festival, il quale ci ha raccontato il suo punto di vista sulla scena musicale relativa ai festival e approfondito cosa accadrà a Torino durante il TOdays.

“Se hai un sogno, non mollare. Perche quando lo realizzi fa più o meno questo “rumore” qui”. Questo è lo slogan del TOdays, Il festival nato cinque anni fa, non è più un sogno ma una realtà. Qual è la formula per realizzare un sogno come questo.

In realtà la formula non la so e forse è proprio questa la ragione per la quale si continua ad investire in qualche cosa che si chiama non a caso TOdays e che parla del presente. Ho pensato poco alle prospettive e alle aspettative del futuro concentrandomi molto sul presente. Diciamo che la forza in realtà è più la passione alimentata dalla tenacia, e la tenacia secondo noi è la capacità di riuscire a vedere le cose per come sono e non per come vorremmo che fossero. Quella è più l’ostinazione che spesso ci porta a commettere degli errori. Quindi la tenacia è ciò che ci spinge a lavorare per un intero anno sulla costruzione di un evento importante, grande, complesso che ha molti meccanismi i quali, per chi viene a vivere in maniera immersa il festival in quei tre giorni, magari non riesce neppure a cogliere. Spesso sono tantissime le difficoltà, in particolare in Italia, che si incontrano. Quindi la tenacia, la passione, sono ciò che ci permette di avere un punto di  partenza, quando si inizia a pensare, a studiare ad un evento come un festival, per poi arrivare ad un punto di arrivo, a quando si ha una line up scritta su un cartellone, annunciata e non solo. Le cose cambiano, si trasformano e si evolvono e ogni limite deve esser visto come un’opportunità. L’altro claim di questa edizione è proprio quello di trasformare limiti e confini in realtà e nuovi orizzonti, di vedere le cose oltre come prospettiva.

I concerti sono sparsi per tutta Torino, come se la città fosse il vero palco. Quanto è importante far sì che le città con le loro architetture dialoghino con le varie forme d’arte per far in modo che venga valorizzato il territorio?

Si, questa è proprio una delle identità del TOdays. La cosa importante per un festival che si differenzia da un singolo concerto di un artista, è proprio questa e cioè di crearsi una identità. Motivo per cui ci vado al di là della musica o dell’artista più o meno importante che ci suona. In questo caso per il TOdays l’identità è proprio questa: i luoghi della città che ospitano gli artisti non sono solo contenitori vuoti ma luoghi dove risuona e viene amplificata una storia, una narrazione. In questo modo Torino si presenta al mondo e le città del mondo attraverso le narrazioni che ne fanno gli artisti che suonano si presentano a Torino. Le interazioni tra le architetture, in particolare quelle industriali della parte periferica della città, e il dialogo con le arti e con la musica è fondamentale, quindi utilizziamo delle ex fabbriche, delle gallerie d’arte, un museo di arte moderna, dei luoghi che nei secoli scorsi erano depositi di treni e che ora vengono reinventati. In questo caso è l’eccezionalità e lo stra-ordinario, nel senso di extra-ordinario, cioè fuori dal quotidiano di un festival, cioè utilizzare dei luoghi che nella quotidianità non sono necessariamente destinati a quell’utilizzo.

Se si osserva la line up del festival, non compaiono artisti italiani. Come mai questa scelta controcorrente?

In realtà non è una scelta volontaria, ma è coerente con la volontà di creare una edizione tutta internazionale, e quindi come dicevo prima il fatto di sostituire i confini a degli orizzonti diventano anche orizzonti geografici, far si che un festival sia proprio una occasione per scoprire musiche nuove, diverse, originali che non abbiamo tanta facilità ad accederne nel quotidiano. Mentre magari è più, tra virgolette, facile assistere a concerti di ottimi artisti italiani perché magari ci sono i tour invernali nei club e molteplici rassegne in cui suonano d’estate. Un festival ha l’ambizione in questo caso, ma anche la convinzione di presentare qualcosa di nuovo, quindi artisti che arrivano da ogni parte del mondo. Quest’anno abbiamo 21 artisti di cui 19 in data unica in Italia e 17 che vengono per la prima volta a Torino, provenienti da ovunque, dall’America, dall’Inghilterra, dal centro Europa, dal Sudafrica e quindi questa può essere anche una occasione per allargare quei confini che dicevamo prima. Ascoltare band, ascoltare noi stessi e ascoltare altre persone che sono con noi in questo periodo storico dove l’hashtag principale è “Prima agli italiani”, noi siamo andati controcorrente, anziché replicare formule che già si trovano altrove e costruendo una line up di artisti italiani già visti, abbiamo preferito fare un festival che potesse stare in Europa anche dal punto di vista del cartellone.

La vostra filosofia è la vostra arma vincente perché ci sono tanti festival con line up molto simili, con artisti che ti ritrovi ad ascoltare durante l’anno più volte.

Si, è così, poi ovviamente ognuno fa le proprie scelte e ogni scelta va valutata rispetto al contesto e al territorio in cui ci si muove. Magari è più facile vedere artisti italiani di prestigio in città come Milano, Roma e Torino d’inverno piuttosto che in estate dove ha più senso vederli  in alcune città dove difficilmente ci si arriva con i tour invernali. Rispettiamo assolutamente le scelte. Noi, giunti alla quinta edizione in cui un pò si devono tirare le somme, in realtà abbiamo preferito fare la differenza e in questo caso abbiamo costruito (e un po’ si è autocostruita strada facendo) una line up che in qualche maniera vede tutti artisti provenienti oltre i confini, che possano anche essere d’ispirazione per le persone che vengono a vedere il festival, che siano addetti ai lavori piuttosto che persone che nel quotidiano magari appunto non accedono così facilmente a questo tipo di musica.

Quanto è difficile e quali sono le difficoltà in Italia nel portare avanti un festival come il TOdays?

Infinite, tante, troppe, tant’è che l’Italia non è un Paese da festival, chiamiamo festival cose che non lo sono assolutamente e anche questo ha creato una confusione, confusione che è innanzitutto culturale. C’è in questo momento storico un’offerta che supera ampiamente la domanda. Ci son tante e troppe cose disperse e senza un’identità come dicevamo prima. Costruire un festival nel Paese in cui la SIAE chiama i concerti concertini è veramente una impresa, senza voler essere presuntuosi, titanica. Diversamente da altri paesi europei (e non parlo solo di Nord Europa e Inghilterra che ha una lunga tradizione di festival, ma anche paesi limitrofi vicini che riescono a costruire progetti con una lungimiranza e quindi anche pensando ad un processo e ad un percorso di edizione in edizione) qui è difficile, bisogna sempre ragionare cercando di portare a casa quello che è senza alcuna garanzia sul futuro se ci sarà e quale sarà. La mia esperienza personale dopo 5 anni di TOdays, ma anche in generale come promoter, come organizzatore che in passato ha fatto questo tipo di esperienza, è che comunque rimaniamo un Paese che non ha la cultura dei festival, dove si preferisce il day-off, l’artista che suona venendo da un festival in Francia andando magari verso un festival dell’est europeo, piuttosto che un festival dove la musica si misura a minutaggio dicendo “questo gruppo suona tre minuti virgola due secondi in meno se avrebbe suonato in solo”. Ovviamente il mio è un discorso anche un pò provocatorio, per fortuna ci sono persone appassionate e interessate all’elemento musica che invece vanno ad un festival proprio per quel senso. Inevitabilmente ci vai per la band che ritieni principali, però tra una birra e l’altra magari alzi gli occhi, ascolti tante band che non conosci, poi torni a casa anche con delle novità. Quello che dico sempre è l’idea di far tornare le persone a casa non dicendo “Wow è stato come me lo aspettavo” ma dicendo “Wow è stato come me non me lo aspettavo”, lasciarsi stupire e incuriosire da quello che non si conosce.

Purtroppo è quello che manca al pubblico italiano, la curiosità di aprirsi a cose nuove.

E non solo nella musica, gli italiani sono un pubblico che si lamenta che le cose sono sempre uguali, in realtà predilige la musica che già conosce, i luoghi che già conosce, gli artisti che già conosce dove quindi va sul certo. Però noi pensiamo che quel tipo di esperienza dove entri in un concerto dove già sai tutto, sai le persone, i testi, l’artista l’hai già visto, è un elemento un pò preconfezionato, è più un’esperienza da “villaggio turistico”. Un festival, anche rischiando su se stesso, ha una missione differente. Si tratta di portare avanti un’operazione culturale e quindi di avere questa missione di cambiare e formare le nostre idee.

Quali sono secondo te i criteri per scegliere una line-up vincente e cosa non deve assolutamente mancare in un festival.

Partendo dalla seconda parte della domanda, io credo dalla mia esperienza, ho consapevolezza che l’unica differenza di generi nella musica è tra musica buona e musica cattiva. Non deve mancare l’offerta con una coerenza di percorso musicale/artistico, non ci deve essere differenza di generi, sia per quanto riguarda la musica che per quanto riguarda il pubblico. Un festival deve essere un evento inclusivo dove ci sono pubblici di età diverse con gusti musicali diversi, tutti vanno ad ascoltare la musica ma non necessariamente la stessa musica, con tutti si discute ma non necessariamente con la stessa idea. Quindi avere una proposta che abbatte questi confini sia musicali che di genere per noi è importante.

La prima parte della domanda mi viene posta spesso, ci sono due risposte: quella più romantica è quella di avere una idea innanzitutto, ideare un progetto ed essere il più possibile coerenti con quella idea che può essere di qualsiasi natura. La risposta meno romantica si riconduce a quello che abbiamo detto prima, non essendo l’Italia un paese da festival si riduce a fare la line up in base a chi puoi pagare e a chi c’è disponibile in quella parte dell’anno. Ovviamente la capacità, e qui forse è la risposta vincente, è quella di trovare l’equilibrio tra le due cose, e farsi piacere le cose non per come vorremmo fossero ma per come sono nella realtà, quindi equilibrare l’economia che hai a disposizione, il periodo dell’anno in cui decidi di realizzare questo evento e, naturalmente, la tua intenzione musicale a seconda di come è diretta. Per noi è quello di dare possibilità a musiche che abbattono il confine tra mainstream e commerciale, pensiamo a Hozier, un artista che ha vinto dei Grammy, ha venduto milioni di copie, in questa maniera è stato capace di far questo e cioè di abbattere quei confini dell’underground dal quale arriva per poi sconfinare nel mainstream, o come lui tantissimi altri artisti che si esibiscono. Questo è, non so se vincente, una maniera per creare una identità.

Puoi parlarci del TOlab? Possiamo intenderlo come un progetto collaterale al festival per arricchirlo a 360 gradi?

Si, TOlab è un festival nel festival attento non soltanto alla musica ascoltata ma anche alla musica che viene raccontata, che viene scomposta per cercare di capire come fare musica. È una serie di incontri, workshop, con addetti ai lavori, con professionisti italiani e stranieri che durante i tre giorni del festival nella fascia pomeridiana, quest’anno in tre location differenti ma tutte nella stessa area, una ex galleria d’arte, un ex deposito di treni e una nuova sede di un mercato centrale nella storica Porta Palazzo a Torino, gratuitamente ci sono tutta una serie di appuntamenti. Per esempio si possono sentire responsabili che lavorano al Reading Festival che raccontano cosa è la sostenibilità di un festival, quindi come è possibile incidere con impatto zero dal punto di vista ecologico che è un altro evento importante come un festival che muove tante persone che vengono, che ci lavorano e quindi producono anche rifiuti, non a caso questo appuntamento si chiama Singing in the Trash. Abbiamo appuntamenti e workshop dove si impara ad utilizzare nuove tecnologie nella musica digitale, grazie ad Ableton e a professionisti si approfondisce anche mescolando le arti. Abbiamo anche un altro progetto che si chiama Perfect ToDays, citando Lou Reed, dove invece abbiamo musicisti, in questo caso italiani, ci saranno artisti come Colapesce, Cristiano Godano e Cristina Donà che si raccontano come fossimo al bar, quindi raccontano cosa li ha ispirati, qual è la loro visione di questo mondo: una sorta di backstage, una dimensione più umana dell’incontro con un artista. Un festival nel festival che ogni anno dà la possibilità alle persone di vivere un’esperienza che non è solo i concerti ma è veramente un’esperienza immersiva dal primo pomeriggio fino alle prime luci dell’alba successiva in cui vivi a 360 gradi la musica suonata, raccontata, l’esperienza di incontro con altre persone, con nuove sonorità, con nuove emozioni.

Cosa riserverà il futuro per la musica e i festival in Italia secondo te?

Non credo che l’Italia sia un Paese da festival, fatico a vedere un presente, tantomeno immagino un futuro sul quale mi piacerebbe sperare, sul quale quotidianamente mi impegno per lavorarci ma devo dire che bisogna partire dal presente. Il nostro futuro lo decidiamo nel nostro presente, non a caso il nostro TOdays. La prima cosa forse è chiamare le cose col nome giusto, chiamare festival quello che lo è o quello che lo ambisce ad esserlo e cominciare a dare un giusto valore anche alle cose in modo che prima il pubblico abbia coscienza di che cosa va a vedere, va a vivere come esperienza. Per me il futuro lo decidiamo nel nostro presente e su quello che occorre lavorare e non poco purtroppo.

 

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