Haiku Leftvers: un lavoro di decostruzione del suono, alla riscoperta delle infinite voci solitarie che alchemicamente si amalgamano in un brano

Giacomo Pedicini, compositore, bassista, contrabbassista, arrangiatore e produttore di calibro internazionale, ha un modo particolare di interpretare, analizzare, creare la musica, la sua musica. L’amalgama delle sonorità e delle melodie, per Giacomo Pedicini, provengono dall’unione di singole voci, singoli suoni che fanno da eco, vivono di vita propria e si rispondono vicendevolmente finendo per unirsi in un unico articolato discorso. Proprio con questa tecnica nasce Haiku Leftovers, il suo nuovo Ep composto da quattro tracce brevi che ci regalano un viaggio intenso, anche se rapido, non solo nella musica dell’autore, ma anche nel suo modo di comporre e pensarla.

Haiku Leftovers, registrato al Room999 Studio di Napoli nel settembre 2025, nasce dallo spazio vuoto tra le cose, dai rimasugli, dagli avanzi: da quel silenzio che rimane quando il suono si consuma, quando la nota, dopo essere stata espressa, non trova più il suo corpo originale in cui fare ritorno.

Siamo davanti ad un progetto minimalista, un discorso sulla sopravvivenza, fatto di echi che continuano a vibrare anche molto dopo che l’origine del suono è svanita. In Haiku Leftovers il suono diventa un esperimento: ogni brano è un tentativo di trattenere l’impercettibile, di scavare nel profondo delle note per poter ricercare, trovare, collezionare, reliquie sonore, detriti poetici, respiri sospesi. Così la composizione si sfalda, come il gesto sonoro: non esiste più, al suo posto vi è una decomposizione consapevole del brano, della melodia, dell’unione dei suoni.

Haiku Leftovers diventa dunque un atto di sottrazione, un metodo per eliminare, secondo dopo secondo, il superfluo, per permettere all’ascoltatore di concentrarsi su ciò che resta quando tutto il resto si dissolve: attraverso il suono, il silenzio. Nel rumore incessante che è prerogativa del mondo, l’artista cerca le scorie del silenzio: il suo diventa un dialogo tra il nulla e la memoria, tra il suono che muore e quello che si ostina a restare.

Il primo Haiku si apre con un osanna di archi, sonorità tetre che fanno da tappeto ad un ritmo tribale realizzato per addizione sonora: coinvolgente, articolato, incessante e che accompagna tutto il brano, intervallato da suoni secchi, distanti, e intrusioni rapide. Il secondo Haiku viaggia su un ritmo preciso e scandito, arricchito da picchettii su corde di violino fatti senza un preciso ordine, ad ispirazione, e riempimenti armonici ricchi ed ampi, che anticipano la voce principale portata avanti dalle tastiere. Una danza sincopata e disordinata di note racconta una storia struggente e malinconica. Il terzo Haiku è il più dissonante e ostico: graffiante. Fin da subito si apre con un noise diverso, violento e ruggente accompagnato da un ritmo di sottofondo altrettanto acuto. Qui il suono arriva al suo limite, stride, urla, geme, e lascia nell’ascoltatore un senso di disagio profondo. Il quarto Haiku è il più breve, realizzato con suoni che appaiono e scompaiono su un beat ricco e articolato

Haiku Leftovers si riassume come un esercizio di leggerezza radicale: come se la musica potesse evaporare, lasciando soltanto la sua ombra, raccontando una storia, o più storie, attraverso poche precise frasi, capaci di donare all’ascoltatore non solo un’esperienza di ascolto, ma un sentimento di reale.



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