Erik Hall alle prese con i maestri del minimalismo
Non è un nome nuovo quello di Erik Hall quando si tratta di re-interpretare classici del minimalismo, anzi. Già con Music for 18 Musicians (2020) di Steve Reich e Canto Ostinato (2023) di Simeon ten Holt il polistrumentista statunitense ha avuto modo di farsi conoscere e apprezzare, riuscendo a ricreare l’atmosfera e la resa sonora di quelle composizioni senza snaturarne la natura, pur cambiando, nel caso di Reich, la strumentazione stessa: fuori la dimensione orchestrale e collettiva, dentro tastiere, chitarre e sintetizzatori in solo.
Se in quelle occasioni l’avevamo visto alle prese con una materia unica, stavolta con Solo Three, in uscita il 23 gennaio 2026 per Western Vinyl, il materiale si allarga a ben quattro maestri del minimalismo, interrogati e riannodati da un punto di vista sonoro secondo la concezione musicale di Hall. Anche stavolta fa tutto da solo: pianoforte, organo, piano elettrico, sintetizzatori, chitarra e basso. Ma soprattutto anche stavolta riesce ad omaggiare un po’ tutti i mostri sacri di una corrente musicale che lo accompagna sin dai suoi studi di batteria jazz all’Università del Michigan.
Si inizia, inevitabilmente, da Glenn Branca. The Temples of Venus Pt.1, primo “movimento” della composizione The World Upside Down (1994), prende il genio di Branca e lo interpreta proprio con le storture e le divagazioni che egli stesso aveva del minimalismo, evocandolo attraverso i suoni dell’organo e del pianoforte preparato in quello che sembra una intro ma che racchiude forse il nocciolo stesso della proposta di Hall.
Il viaggio conduce verso la celebre Strumming Music di Charlemagne Palestine, nome tuttora sottovalutato quando si citano i grandi nomi del minimalismo degli ultimi 50 anni. Hall “riduce” il brano a 11 minuti, velocizzandolo in un dialogo fra chitarra e pianoforte rendendo più dinamica la composizione ma senza privarla del lato riflessivo e ipnotico dell’originale.
Segue A Folk Study di Laurie Spiegel, che per l’occasione si allontana dalle trame progressive electronic tipiche della compositrice di Chicago in favore di un approccio ancora meditativo ma decisamente più acustico e intimo. Chiude, inevitabilmente, Steve Reich, da sempre la massima ispirazione di Hall; stavolta tocca a Music for a Large Ensemble, apice del disco e sua piena realizzazione. Se in apertura The Temples of Venus Pt.1 rappresentava la via “scarna” al minimalismo, stavolta è un tripudio di suoni per oltre un quarto d’ora a chiudere l’album, fra melodie in costante inseguimento fra loro e ritmiche sgargianti.
Erik Hall decide di variare sul tema e si focalizza su quattro compositori diversi anziché su uno, dando ancora una volta prova della sua classe e della sua voglia di re-inventarsi. Giocoforza, Solo Three è un disco meno compatto e coeso dei precedenti (a questo proposito Canto Ostinato resta la sua miglior produzione), ma rappresenta anche una piacevole novità, in cui il dinamismo stesso dell’album è complessivamente riuscito e fa da trampolino di lancio per il futuro. Hall ritornerà alla re-interpretazione di una composizione singola o continuerà su questa strada?
Classe ’99, laureato in Lettere moderne e alla magistrale di Filologia moderna alla Federico II di Napoli.
La musica e il cinema le passioni di una vita, dalla nascita interista per passione e sofferenza.
