Fare musica in pandemia con irriverenza: Edda & Marok

La pandemia globale ha comportato un’impennata decisiva della creatività davvero per tutti, dai panificatori seriali nelle cucine, ai musicisti in diretta streaming sui social. Nel caso di Stefano Rampoldi (Edda) Gianni Maroccolo ha comportato la nascita, crescita e definizione di un album, un ‘regalo’ del tutto inaspettato, disponibile gratuitamente in forma digitale e fisica col solo preorder. 

Noio; volevam suonar è composto da pezzi di Edda ed arrangiati da Maroccolo e da canzoni di Maroccolo cantate da Edda, con l’aggiunta di cover, omaggi e bizzarrie varie.

Lo spirito irriverente e giocoso lo si immagina ancor prima di ascoltare l’album, della serie: “il libro giudicato dalla copertina”, su quest’ultima – creata da una mano grezza e poco abile di photoshop – compaiono le facce degli autori al posto di quelle dei fratelli Caponi  (interpretati da Totò e Peppino De Filippo), nel film Totò, Peppino e la malafemmina di Camillo Mastrocinque.

L’album riassume uno spirito surrealista ed un’attitudine punk per un disco assolutamente lo-fi casalingo realizzato con mezzi attualmente rudimentali per far musica: un’iPad, un Mac mini coadiuvati con il basso.

Si comincia da un’invettiva gratuita contro i Negramaro, inserita a caso, in una prefazione (Maranza) in cui Edda & Marok si specificano a vicenda – presumibilmente attraverso lo scambio di vocali whatsapp – il titolo dell’album. [Il punto e virgola tra Noio e Volevam Suonar ha una ratio, non è mica un caso!]

Servi dei Servi, suona come un revival dal sapore alternative-underground anni ’80, in cui percepisco il cipiglio sarcastico di ex militanti fuori dal giro da un bel po’ di tempo. I giri di basso caratteristici di Marok si aggiungono all’inconfondibile timbro di Edda, percepito(a) un po’ giù di tono, stemprato.

Dopo il finto plagio dei Baustelle con Noio, si sopraggiunge a Stai zitta dai toni distorti e vasti echi, strutturalmente cedevole su un repeat in minore di chitarra, fino a combinarsi con un synth sovraelevato. Potrei sintetizzare tale pezzo con un aggettivo: estenuante. Un riverbero stizzito in cui riversare astio e insoddisfazione. (Non a caso tratta le incromprensioni sentimentali tra un ex brigatista e sua moglie).

Per Edda non è prettamente astruso il linguaggio bruto e diretto, nemmeno se intarsiato di parolacce e blasfemie (o bestemmie, come preferite), così, senza filtri, infiocchettate in pezzi che si danno un tono perfino intellettuale (ed invece, non è che è un crogiolo di turpiloquio no-sense, comprensibile se si è rinchiusi in casa da fin troppi giorni). Parlo ovviamente di Madonnina e Bebigionson.

A prima vista della tracklist mi son subita chiesta cosa potesse rappresentare il pezzo Achille Lauro, uno sfottò, un cameo, un riferimento stilistico?

Edda la spiega esattamente così:

Come la lettera dei fratelli Caponi a Teddy Reno, ecco la nostra al magnifico Achille. Una dichiarazione omo da cui Marok si dissocia ma anche un tributo ai Profeti: aveva gli occhi verdi dell’amore

Spazio anche le cover: dapprima con Sognando  di Don Backy, una dedica imponente, in una chiave rivisitata a tratti noir. Probabilmente il pezzo che oggi, dopo aver provato l’ebbrezza di 50 giorni di domiciliazione coatta, suona ancora meglio.

Tanto per me non c’è speranza / Di uscire mai da questa stanza

Chiosa finale: Castelli di Sabbia del cantautore prog (ex Stormy Six) Claudio Rocchi dall’album I Think You Heard Me Right del 2000.

Concludendo, il disco riassume una dannata voglia di imbracciare i rispettivi strumenti ed esprimersi, partendo ognuno da un proprio substrato di partenza, dalle proprie esperienze e linee di pensiero, miscelando con sfrontatezza ed ardore sentimenti privati con critiche pubbliche, senza censure di sorta che tengano.




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