Silfur: un legame fra passato e presente

Se si potesse dividere la carriera di Dustin O’Halloran in tre parti, i confini sarebbero piuttosto netti e precisi: prima i Devics, duo dream pop/slowcore in coppia con Sara Lov; poi, l’inizio di una carriera solista dedita alla musica classica e da camera; infine, l’aggancio con cinema e tv, con la firma a numerose colonne sonore.

Per quanto questa divisione riesca a scandire bene la carriera del pianista statunitense da un semplice punto di vista temporale, non si può fare altrettanto con il profilo musicale. Perché nel corso di queste sue diverse esperienze, il Nostro non ha mai delimitato confini precisi ed anzi il suo stile è stato in continuo divenire, influenzando ogni nuovo progetto con quanto fatto precedentemente.

Non sorprenderà, dunque, dopo anni passati a lavorare per il cinema, il ritorno di un album solista, Silfur, in uscita l’11 giugno 2021 per Deutsche Grammophon, a distanza di dieci anni da Lumiere. Il sound del pianista è rimasto immutato, cristallino, ma arricchito da collaborazioni e nuovi stimoli, ma soprattutto rinvigorito dagli ultimi tempi.

Come tanti album nell’ultimo anno e mezzo, anche Silfur nasce durante il lockdown e non a caso ripercorre sia il passato che il presente di O’Halloran, come evidenzia la coesistenza fra tanti brani vecchi reinventati e qualche pezzo nuovo.

Un lavoro che nasce dall’esigenza di pescare dal vissuto per guardare al futuro e superare il presente; sono tanti i modi in cui il compositore cerca di adempiere al compito: dalla collaborazione con il Siggi String Quartet in Opus 28, una gemma intima e delicata arricchita da ariose aperture di archi, fino all’intensità drammatica di Opus 55, passando per il flusso malinconico di Opus 18.

Non tutti i brani riescono ad esprimere il concept, ma non mancano tracce in cui si respira a pieni polmoni il legame fra tempi diversi, come testimoniano i picchi emotivi di Opus 7.

Silfur non è un album criptico ed ostico, ed anzi spesso sfocia in divagazioni fin troppo easy listening, rendendolo ciò che non è: un semplice lavoro da sottofondo.

In realtà c’è molto di più, come evidenzia l’innegabile bravura tecnica e compositiva di Dustin O’Halloran. Non sempre, purtroppo, tutto ciò riesce ad uscire fuori ed i momenti migliori rimangono spesso annebbiati da una coltre d’eleganza patinata e stucchevole.




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