Unstable, inquietudine o disorientamento?
Pubblicato tramite Denovali, Unstable si presenta come un universo sonoro instabile e inquietante, dove il dark jazz si fonde con sperimentazioni elettroacustiche e voci disturbanti.
Il sesto lavoro dei Dictaphone si rivela intriso di atmosfere cupe, in cui il confine tra musica e rumore si dissolve, creando un’esperienza uditiva che mette alla prova le convenzioni.
In questa nuova incarnazione, il duo tedesco formato da Oliver Doerell, originario di Bruxelles, e Roger Döring torna con un sound più ricco, tessendo un arazzo sonoro che richiama le radici della scena sperimentale belga degli anni ’80, tra minimalismo jazz, musica concreta e un pizzico di post-punk.
In questo nuovo lavoro, ad affiancare il duo c’è ancora Alexander Stolze, con i suoi violini spettrali, che aggiunge ulteriore profondità alle atmosfere. La voce che ascoltiamo in Unstable è quella di Helga Raimondi, che aveva già collaborato nell’ultimo album, Goats and Distortions 5.
A partire dall’opener Desplendor, ci immergiamo in una superficie impervia, in netto contrasto con i morbidi suoni acustici degli archi e dei fiati, dai quali si libera la soavità della linea vocale. La musica si fa, tuttavia, più spigolosa, soprattutto nella linea di basso, che richiama alla mente le atmosfere dei Portishead. È un gioco di contrasti che, nella sua semplicità ed eleganza, lascia senza fiato, sorprendendo e coinvolgendo l’ascoltatore in un’esperienza sonora ricca di sfumature e suggestioni.
Andando avanti con gli ascolti, Unstable si rivela instabile, caratterizzato da alti e bassi: brani come La Visite lasciano disorientati, dando l’impressione che i Dictaphone non abbiano ancora deciso con chiarezza in quale direzione andare. La seconda traccia si distingue come una sonorizzazione di un film noir, con una trama suggestiva e avvolgente, accompagnata da un parlato in italiano che si rivela un esercizio di stile pretenzioso e a tratti ridondante.
Don’t Move, invece, si presenta come un tappeto denso e oscuro, dove i fiati instaurano un dialogo avvolgente con una ritmica ipnotica. È proprio nel gioco di contrapposizione tra queste sonorità che si raggiunge la vetta creativa dell’intero disco, trasformando questo brano in un viaggio sonoro di grande intensità e raffinatezza.
Questo nuovo lavoro dei Dictaphone convince a metà. Nonostante alcuni momenti ben a fuoco, il disco si muove tra sperimentazioni audaci e momenti di confusione, come lo stesso titolo dell’album suggerisce: Unstable. Questa instabilità, se da un lato rende l’ascolto imprevedibile e coinvolgente, dall’altro lascia l’ascoltatore in attesa di un’identità più definita e coerente. In definitiva, Unstable si presenta come un’opera che sfida le convenzioni, invitando a un’esperienza sonora fatta di contrasti e sfumature, ma che forse avrebbe beneficiato di una maggiore chiarezza e direzione artistica per emergere appieno.
Nato a Caserta nel 1989, innamorato folle della musica, dell’arte e del basket. Nel lontano 2003 viene letteralmente travolto dal suo primo concerto, quello dei Subsonica, che da quel giorno gli aprirono un mondo nuovo e un nuovo modo di concepire la musica.
Cresciuto col punk e la drum and bass, ama in maniera smoderata l’elettronica, il rock e il cantautorato. Fortemente attratto dal post-rock, dalla musica sperimentale e da quella neoclassica, non si preclude all’ascolto di altri generi definendosi un onnivoro musicale.
