Arboretum di Daniel Schnock è il racconto in musica di ciò che pianti oggi, e delle infinite possibilità di ciò che può diventare

L’idea di piantare un seme nella terra, prendersene cura e vederlo cresce fino a diventare una pianta rigogliosa è sempre stata un’idea tremendamente affascinante. Ancor più affascinante, poi, è l’idea di piantare un albero, ossia un essere vivente che, con buona probabilità, sarà ancora lì per molto tempo dopo che tu avrai restituito il tuo corpo alla terra. A grandi linee è questo il concept dietro Arboretum, opera prima del promettente compositore argentino Daniel Schnock, alla sua opera prima in campo discografico.

Le informazioni sul processo creativo che ha portato alla nascita di questo brevissimo Ep o sul background personale e professionale del suo creatore sono quantomai scarse; anche dopo aver cercato in rete, tutto ciò che c’è da scoprire su Arboretum è che l’opera si ispira al ciclo vitale di un albero, dal seme fino alla riproduzione sistematica e la trasformazione in bosco. I brani sono stati scritti per pianoforte, quartetto d’archi e un ensemble vocale di ben 22 coriste.

L’intero processo è stato racchiuso da Schnock in 4 tracce relativamente brevi e dotate di titoli piuttosto esplicativi. Semilla, il seme, racchiude in sé tutta la potenza narrativa di una vita che nasce in sordina: è una traccia che si espande in ogni direzione, sia sulla direttiva orizzontale dei tempi scanditi da un paziente pianoforte, sia su quella verticale degli archi, che si levano in crescendo prima di precipitare su note più basse in un continuo gioco di ripetizioni. Dopo aver attecchito, il seme diventa Brote, germoglio, e la scrittura di Schnock si fa di conseguenza più energica. Come il virgulto che abbandona il freddo della terra per affacciarsi al mondo, così i movimenti degli archi si fanno più ampi, luminosi e carichi di gioia.

Appena il germoglio diventa Árbol, i tempi sono maturi per introdurre nella composizione il coro di voci. Il brano è cadenzato ora dalle sferzate dei violini ora dalle progressioni del pianoforte, mentre l’ensemble recita come un mantra dei sorridenti vocalizzi. Chiude l’intreccio narrativo Bosque, ossia quel momento in cui l’albero non è più solo ma è parte di qualcosa che è più grande di lui. La musica si fa più rapida, le voci si moltiplicano e viaggiano con grazia fra le fronde del violino, come a voler rappresentare lo spirito di una foresta brulicante di vita.

Arboretum potrebbe essere un esercizio di immaginazione, o un tributo all’idea di prosecuzione della specie inteso come passaggio di testimone fra le generazioni, o potrebbe essere semplicemente una suggestione ispirata dal mondo naturale, priva di qualsivoglia determinismo. 12 minuti sono troppo pochi per poter veicolare un messaggio strutturato, ma forse è questo lo scopo intrinseco di Arboretum: raccontare una storia che non si risolve in una morale, ma in un ventaglio pressoché infinito di possibilità. Un po’ come piantare un albero: sai cosa hai fatto oggi, cosa farai per le settimane, per i mesi, magari addirittura per gli anni a venire, ma inevitabilmente, ciò che hai fatto nascere ti sopravvivrà, e come diventerà una volta che sarai andato via non ti è dato saperlo. Sia ciò che sia, dunque: un atto d’amore.




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