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Habitat: il ponte fra Mediterraneo e America Latina dei C’mon Tigre

La proposta musicale dei C’mon Tigre ormai la conosciamo bene ed è fra le cose più interessanti (e internazionali) uscite dai confini italiani nell’ultimo decennio. Nel corso dell’evoluzione sonora proposta nel disco omonimo (2014), nello splendido Racines (2019) e in Scenario (2022), un’eclettica fusione fra acid jazz, soul declinato nell’accezione più psichedelica possibile e incursioni afro-jazz hanno codificato un sound più che riconoscibile.

Il nuovo Habitat, in uscita il 24 novembre 2023 per Intersuoni, almeno nelle premesse sorprende innanzitutto per una questione temporale. Abituati a pubblicare musica con intervalli di tempo abbastanza lunghi, fa quasi strano trovare una nuova uscita a distanza di un anno dalla precedente. Ma è una scelta comprensibile: se Scenario era nato in pieno periodo pandemico, Habitat getta le basi per quello che viene dopo.

La formula è quella di sempre, conosciuta ma mai statica, e le collaborazioni (di assoluto livello anche nel disco precedente) mostrano in questo senso dei nomi che sembrano cozzare fra di loro, ad ulteriore testimonianza che la musica dei C’mon Tigre non ha limiti e può inglobare tanto l’afrobeat di Seun Kuti quanto le follie di un maestro della sperimentazione come Arto Lindsay, passando per Giovanni Truppi e Xenia Franca.

Bastano i primi due brani, Goodbye Reality e The Botanist (in feat proprio con Kuti), per ritrovare i suoni che ci aspettiamo: groove e ritmi a far da padroni, un ponte fra Mediterraneo e Sud America in grado di indagare tanto il mondo della bossanova quanto quello di un jazz a metà fra spiritual e acid. L’elettronica avvolgente di Teen Age Kingdom è in questo senso paradigmatica dell’indagine oltreoceanica del disco, complice una fusione perfetta con la voce di Xenia Franca.

Nella parte centrale c’è spazio per qualche brano più “classico”, come il funky di Sixty Four Seasons, prima di un nuovo viaggio direzione America Latina con la cover a dir poco sui generis di Odiame di Julio Jaramillo. Sento Un Morso Dolce con Truppi è un esperimento riuscito: per quanto faccia strano sentire un cantato italiano in un brano dei C’mon Tigre, la componente psicoanalitica del testo combacia alla perfezione con suoni frenetici e ossessivi. In chiusura, Arto Lindsay porta Keep Watching Me di nuovo in Brasile, per quanto sia ovviamente la parte di più nascosta e sperimentale del Paese.

Habitat è un nuovo capitolo nell’indagine che i C’mon Tigre portano avanti all’interno di sonorità globali, capaci di legare luoghi fisici lontani fra di loro attraverso il linguaggio universale della musica. La qualità resta indiscutibile e il fatto che ormai non sia più una sorpresa penalizza in parte il disco rispetto, ad esempio, alla carica innovativa di Racines. Al netto di futili questioni “storiche”, anche perché la carriera del collettivo italo-francese è a dir poco recente, a restare è un altro centro di un gruppo che non smette mai di gettare lo sguardo oltre i confini.



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