Bushi: i perfetti avengers del panorama alternative italiano

Il progetto Bushi è nato da un’idea di Alessandro Vagnoni (già batterista di Bologna Violenta, Ronin e onemanband nel progetto Drovag), compositore e arrangiatore di tutti i brani. Dopo l’album di debutto omonimo, pubblicato nel Settembre del 2017 dall’etichetta Dischi Bervisti, Bushi è ora un quartetto a cui si aggiunge – oltre a Davide Scode e Fabrizio Baioni, il sassofonista Sergio Pomante (ex-Ulan Bator, String Theory).

L’ispirazione iconografica e lirica di Bushi deriva, come si nota immediatamente dall’immagine di copertina, dall’epopea dei Samurai caratterizzata dalla contraddizione tra fierezza e disonore, raffinatezza e crudeltà, prestigio e decadenza.

I testi sono brevi componimenti in versi attraverso l’utilizzo della metodologia haiku estrapolati e reinterpretati dal libro Hagakure (il titolo di ogni traccia, infatti, contiene il riferimento al capitolo e al paragrafo). Il disco, inoltre, si associa ad un libro illustrato sulle tematiche trattate.

La chitarra (con accordatura in SOL) è la vera protagonista della musicalità di Bushi, utilizzata come un’arma dalla lama chirurgica, pronta a sbaragliare i nemici posizionati sul proprio cammino.

L’incipit del disco è affidato al trio d’archi, con l’ospite d’eccezione Nicola Manzan (Bologna Violenta e Ronin) che dopo sveltissimi 49 secondi conducono a Masters of swords, tra un rapido e ciclico riff a cui si sposa un meraviglioso sax grave. Nota di colore: la batteria vorace che conduce il tempo in maniera magistrale.

Con Chiruchil’adrenalina cresce: le distorsioni armoniche, gli interventi vocali a mò di narratore in una scena cinematografica vorace, gli intermezzi basso-chitarra e sax, tra rullanti impazziti e arzigolature groove.

Uno dei pezzi che ho preferito, tra i tanti, è senza alcun dubbio Revelation on top of a brick wall  che tesse una tela e poi la disfa, cominciando da arpeggi in echoes in double guitar, sino alla ben più impazzita batteria con schitarrate. L’apporto vocale, talvolta anche in chorus, è sensazionale. Ai limiti tra un viaggio onirico ed un inseguimento dinamico.

Non mancano ovviamente note più scure attraverso l’utilizzo di un growl a metà, che riportano alla mente i Cradle of Filth poi rapidamente superati da stoppate in slapt e assoli sovraelevati di sax (Bravery).

Proseguendo nella narrazione concettuale, si nota come la band abbia pensato con cura e attenzione a tutto il disco, senza mai ripetizioni inefficaci o scivoloni interpretativi. Il disco è di un’originalità unica, difficile da incasellare in un genere unico. Alcuni pezzi parrebbero ricondursi nel mondo del nu-metal, altri nel panorama propriamente più alternative-rock. Sta di fatto che i vari elementi disegnano un melting pot musicale di difficile stesura, che i Bushi esplicano con estrema bravura e disinvoltura.

La chiusura, affidata a beat tribali e violino sempre più veloci, è una chicca magistrale che fa pensare di aver ben speso il tempo ad ascoltare un disco di tal stregua.

Complimenti ai Bushi che non hanno sfiorato nemmeno con un unghia un harakiri.



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