Il dream ambient di Benoît Pioulard

Pubblicato il 15 novembre da Morr Music, Sylva è il nuovo album di Benoît Pioulard (nome d’arte del musicista Thomas Meluch); partendo dalle registrazioni sul campo e composizioni lo-fi su dittafoni, stereo scartati e macchine a quattro tracce a metà degli anni ’90, l’artista newyorkese è passato in seguito alle tracce registrate su CD-R e cassette, numericamente piuttosto limitate e sperimentali, influenzate inevitabilmente dal folk dedicato ad amici e famiglia.

Dalle prime registrazioni come Benoît Pioulard apparse sulla compilation di Random Number, nel 2010 Meluch forma il duo le Orche assieme al compositore minimalista Rafael Anton Irisarri debuttando assieme due anni più tardi. Si intingono di bellezza e di immagini le 10 tracce di questo album, riflessioni sulle strane forme della natura, sonorità che rimandano alle formazioni rocciose del deserto, foglie colorate, acque inquiete e piante particolari, la sensazione impressionista della sua estetica visiva – con questa collezione il suono e la visione si fondono in uno studio affettuoso dell’organico – è il risultato di uno dei periodi più produttivi della vita di Meluch, che ha intrapreso a questo proposito sessioni di registrazione quotidiane tra i viaggi nel sud-ovest americano, nel Montana, nelle Hawaii e nel suo nativo Michigan. Rientrato a Seattle, ha sviluppato le sue registrazioni scrivendo anche le due affascinanti tracce vocali dell’album, fra le quali spicca quella per Raze II in collaborazione con la compositrice e cantante Caroline Shaw.

L’aperto e grande luogo sonoro di Deseret apre il disco, con un tema placido e sognante, di rinascita ideale, immobile e sinuoso e poi imponente, per passare alla giocosità di Lune sorprendente e mutevole, l’album si arricchisce di arpeggi di chitarra e corali narranti, lieti, senza minima tensione, qualche godibile sapore retrò anni ’70.

Raze I celebra l’impasto fiabesco coi suoi piani armonici speculari, l’atmosfera sconosciuta si scopre rivelatoria, parallelismi coi suoni marini e di moto ondoso ci trasportano al concetto di passaggio e alternanza delle stagioni come filosofia ancestrale fino al raccoglimento commosso contemplativo di Raze II, carico di velatura nostalgica, di visione amorosa, protesa e lucida. La positività presentata con parsimonia e ricerca, una perlustrazione interiore diretta al risveglio, alla sorpresa addirittura; finale di leggera tensione per l’ultimo Half To Death, una considerazione benigna in fondo e oltremodo necessaria.