Angélique e Celia, due facce della stessa medaglia

Un fiore per Celia

Interpretare, omaggiare, respirare le creazioni di altri, non significare avere la strada spianata, ma tutt’altro. Quando, poi, una dea della musica contemporanea interpreta, omaggia e respira le creazioni di un’altra stella immortale, la partita è ancora più interessante, oltre che complicata.

Signore e signori, stiamo parlando della divina Angélique Kidjo, definita tra le donne più influenti del mondo, torna a farci sognare con un nuovo disco, uscito il 19 aprile 2019 per la Universal Music Group/Verve.

L’album è Celia e, per trentasei minuti, canta le note di Celia Cruz, storica cantate cubana, rivale di Castro, che lasciò l’Havana per non tornarci mai più, stabilendosi negli Stati Uniti. Nulla valse, questo allontanamento definitivo, poiché non ha mai potuto rinunciare alla parte di sé che lì era nata, tanto da contagiare tutta la sua esistenza artistica con la sua anima latina. Angélique la assorbe totalmente.

Abbraccia, senza freni, quell’ondata di musica cubana che viaggiava insieme alla schiavi che tornavano dalle Americhe. Il personalissimo dono di Angélique a Celia è infinito, molto più intenso e duraturo di un banalissimo disco, profondo come un patto non scritto tra anime e radici. Parlare di appartenenza è di primaria importanza, poiché la nostra Angélique intende rintracciare le radici africane della donna cubana, e fonderle con le sue, come per diventare una sola persona, una sola voce.

Da oltre trent’anni, Angélique scuote fianchi e coscienze, crea ponti solidi tra la sua voce coinvolgente e le sperimentazioni dei suoi lavori discografici. Non si smentisce neanche attraverso gli occhi di Celia, dopo aver sbalordito, inaspettatamente, con Remain In Light, album del 1980 dei Talking Heads.

Non ha paura Angélique e può averne, forte di un talento impareggiabile e di uno straordinario carisma, piena della sua Africa e del mondo che si porta dentro.