La musica selvaggia e anacronistica degli Andead

Animati da una inestinguibile passione affermiamo spesso che il rock’n’ roll non morirà mai. Se ciò è vero è pure vero che anche il Punk (che del R’n’R incarna gli aspetti più deteriori, la voglia oltre ogni limite ragionevole di ribellarsi al sistema, la rabbia provata ai massimi livelli di intensità, e cosi via) non morirà mai.

Affermazioni, si dirà, che lasciano il tempo che trovano ma che a volte sembrano essere avallate dalle più recenti e numerose uscite discografiche di buon livello. I milanesi Andead sono usciti il 28 di Febbraio u.s. con Old But Gold,  lavoro in studio (il quinto) in corrispondenza del loro tredicesimo anno di attività.

Gli Andead sono Andrea Rock (voce), Gianluca Veronal (chitarra), Casio (batteria), Joe La Jena (basso) e Macca (chitarra). La band ha maturato una notevole esperienza dal vivo calcando i palchi di locali del nord Italia e aprendo concerti di gruppi quali Wednesday, Misfits e The Damned. Sei canzoni, quelle di Old But Gold, che certo non sono carenti di energia e di grande “incazzatura” perché certo, a parlare, come gli Andead fanno, dell’inesorabile scorrere del tempo, delle condizioni di chi lavora come precario, di diritti negati nel mondo, e cosi via, come si fa a non incazzarsi?

L’Ep esce per l’etichetta IndieBox Music e dura complessivamente circa venti minuti. Il suono della band lombarda è duro e tagliente, i ritmi oltremodo trascinanti: la proposta degli Andead non aggiunge niente di nuovo alle sonorità selvagge che nei passati decenni abbiamo imparato a conoscere, e tuttavia volentieri e più volte torniamo ad ascoltare queste brevi ma intense canzoni (ecco i titoli: Old But Gold, Lust For The Road, Comfortably Weak, Downtrodden, Gratification Breakdown, The Company Regime).




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