Tether celebra l’equilibrio sottile tra caos e controllo

Immagina un costante gioco di equilibrio tra tensione e distensione, tra la scrittura precisa e l’improvvisazione più selvaggia. È questa dialettica, questa danza di forze opposte, che rende il jazz così affascinante e imprevedibile: un tira e molla che può far esplodere un gruppo in nuove forme, senza mai perdere di vista un filo invisibile, un legame profondo che unisce ogni musicista e ogni nota al cuore del brano.

È in questo contesti che si muove Alden Hellmuth, una sassofonista e compositrice newyorkese capace di trasformare questa tensione in pura energia creativa. Dopo il successo del suo debutto Good Intentions, premiato con il prestigioso Premio Jazz tedesco, Hellmuth torna con Tether, un titolo che è già un manifesto: un’esplorazione audace in otto tracce di jazz, punk e improvvisazione libera, in cui l’idea centrale è che, anche quando la band si fa rumorosa e indisciplinata, c’è sempre un legame che ci riporta all’ascolto, all’esperienza condivisa. Un filo conduttore che tiene insieme tutto, in un equilibrio delicato ma vibrante.

Il brano di apertura, Microfictions, si distingue per il ritmo frammentato e furioso del batterista Justin Brown, che introduce con maestria il suono dei due contrabbassi di Logan Kane e Miller Wrenn, intenti a tessere una trama contrappuntistica densa e complessa. L’ingresso di Hellmuth si rivela sinuoso: la sua linea melodica, in continua mutazione, impreziosisce l’intera composizione, creando un’apertura intrigante e ricca di tensione. Un inizio che cattura l’ascoltatore e anticipa un album che non mancherà di sorprendere.

Meno dirompente rispetto alle precedenti, Guesswork si concentra sui dettagli e sull’interazione tra i vari elementi, lasciando al sax e alle sue linee melodiche alte e brillanti il compito di fare da collante. La traccia si muove con naturalezza, attraversata da un’intensità sottile e da un’introspezione profonda, intrecciando linee sonore nitide e intense che si mescolano con raffinatezza. È un brano che invita all’ascolto attento, rivelando progressivamente le sue sfumature più nascoste.

In chiusura, Face The Wall si dipana con una sonorità ruvida e una ritmica grezza, quasi punk, che avvolge l’ascoltatore con un senso di visceralità. A sostenere questa linea, le linee di sax contralto si fanno protagoniste, ricche di tecniche estese che, con sorprendente precisione, tagliano la densità complessiva dell’ensemble. È un finale che conquista per energia e imprevedibilità, lasciando il segno di un sound audace e di una composizione che non ha paura di spingersi oltre i confini convenzionali.

Raffinato ed elegante, Tether si muove con maestria tra momenti di pura intensità e istanti di profonda introspezione, tessendo una rete di connessioni invisibili che rendono ogni singolo momento dell’ascolto unico e irripetibile. È un album che celebra l’equilibrio sottile tra caos e controllo, tra improvvisazione selvaggia e precisione elegante, dimostrando come la musica possa essere un dialogo continuo tra forze opposte, sempre in cerca di quell’armonia fragile e vibrante che solo il jazz, con la sua energia pulsante, sa offrire. Un viaggio che invita a perdersi e ritrovarsi, lasciando un segno indelebile nell’anima di chi ascolta.



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