Sul fronte del mercato europeo, Travelers di Akisai è un colpo mancato sparato da una batteria che, solitamente, sa essere piuttosto precisa

Il momento è fecondo, in Giappone, per l’esportazione di un certo modo di fare musica, di matrice sostanzialmente neo-classica ma contaminata da suoni e influenze marcatamente orientali. In una fase storica in cui l’occidente accetta di buon grado le produzioni acustiche a giro lento, i pianoforti e gli archi, l’elettronica da camera e le atmosfere bucoliche, anche i giapponesi mostrano la volontà di salire sul carro, con interpretazioni rispettose dei canoni del genere ma inclinate decisamente verso suoni che in questa parte del mondo definiremmo “esotici”.

La Schole Records è capofila in questo ingresso della neo-classica giapponese nel mercato internazionale, pubblicando a spron battuto opere di artisti (solitamente) bravi ed ispirati, giapponesi di nascita o di adozione. L’ultima proposta, in ordine di tempo, è Travelers, opera terza dell’ensemble Akisai (composto dai visual/sound artists Yo Suzuki e Koichi Nakaie). Si segnala che il CD di Travelers viene venduto insieme ad un link per re:consideration, opera visiva che dovrebbe accompagnare la musica dell’album.

I musicisti dell’etichetta giapponese producono quasi sempre musica di qualità, Kosemura, suo fondatore, conosce la musica, è un ottimo talent scout e sa bene come creare uno spazio artistico e creativo fecondo. Il più delle volte.

Dopo un inizio interessante, purtroppo Travelers si perde del tutto, sprofondando in una carrellata di melodie che sembrano sigle di sit-com anni ’90. Se pensate che stia esagerando, allora proviamo a fare un esperimento. Aprite la sigla di Otto sotto un tetto o Settimo cielo, silenziate l’audio e fate partire Travelers, dalla seconda alla quarta traccia. Se pensate ci stiano bene, l’esperimento è riuscito.

Fanno eccezione alcune tracce che, pur mantenendo l’atmosfera di ottimismo sfrenato da jingle commerciale, trasmettono tutto sommato delle buone vibrazioni. Si diceva dell’inizio interessante: entrance, infatti, non è un capolavoro, ma con il suo comparto di rumori ispirati al mondo naturale e le sue sonorità vagamente esotiche ricorda quella buona musica neo-classica in stile nipponico che è diventata il marchio di fabbrica della Schole Records. Sono solo due minuti, ma due minuti piacevoli.

Ecossaise ha un buon ritmo, strizza l’occhio ad una certa chill wave europea e nel complesso suona bene. Unitverge è un tributo all’elettronica di moda, ma è impreziosita da una sezione di archi che dona al pezzo una certa personalità. Si tratta, peraltro, della traccia più lunga e strutturata dell’album; sarà dunque il respiro più ampio a permetterle di costruire un discorso musicale abbastanza stimolante da farti venire voglia di sentire qualcosa in più. Valga per Island, il brano di chiusura, quanto detto poco sopra di entrance: suggestioni naturalistiche, melodie zen da Sol Levante, un ascolto complessivamente fluido e rilassante.

Se messo a paragone con artisti del calibro di dakota suite e quentin sirjacq, Paniyolo e Akio Watanabe o dello stesso rooster, il disco di Akisai non regge molto bene il confronto. Ha tutta l’aria di essere un’opera acerba, un po’ improvvisata, e al netto di qualche buona idea non c’è molto su cui adagiarsi. Sul fronte del mercato europeo, Travelers suona come un colpo mancato sparato da una batteria che, solitamente, sa essere piuttosto precisa.




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