Tre movimenti concentrici, avvitati su un’assenza.

Esce il 18 settembre, per Gagarin Edizioni, nella collana I libri di Gagarin, “Trilogia della distanza” di Pieralberto Valli.

Un mondo troppo simile al nostro per non riconoscerlo, per non riconoscerci, ma al tempo stesso dirottato, slittato, consegnato a un piano di funzionamento parallelo.

Il meccanismo silenzioso che regola la quotidianità sintonizzato su qualcosa di apparentemente familiare ma sfasato, l’asse delle relazioni inclinata, quanto basta per lasciare scivolare i gesti verso dinamiche nuove, inesplorate.

Una sottile inquietudine, un’elettricità, un ronzio che somiglia a una follia sedata, normalizzata, paradigma di ogni altra azione.

Qualcosa è accaduto in un tempo precedente alla narrazione: la socialità è stata ridisegnata come un involucro senza contenuto. E nella vertigine del vuoto – come nell’attesa di un risveglio – il presente individuale si ripopola di sensazioni elementari, minime. Boe a cui appigliare l’umanita’ residua.

Una necessità di esplorare se stessi e il mondo, da capo, una nuova liturgia di gesti primitivi in cui scolpire un’identità, uomini e donne in cattività che non si concedono di mutare fino in fondo. Come per resistenza a una forza ignota, lasciata sempre fuori inquadratura, in un rituale di gesti individuali che diventano “pubblici”.

Nel primo racconto ci sono un ragazzo e una ragazza, lei assente, e una città da percorrere come in un lungo piano sequenza. Un trapasso, un attraversamento che è una ridefinizione del proprio rapporto con lo spazio, con la memoria, con i sentimenti, con gli eventi che tagliano la tela e lasciano intravvedere un oltre. Nel secondo racconto si aggiungono personaggi, e si aggiungono interazioni, in una parvenza di normalità, che del “normale” ha solo la confezione. Ma tutto – anche i naturali accadimenti di una relazione – sembrano sempre andare in scena in una stanza stretta, con un’eco ribattuta, uno slapback che rimanda ogni azione dentro se’ stessa, e crea una risonanza sinistra.

Una claustrofobia ancora più’ evidente nel terzo, conclusivo racconto, in cui una ricorrenza, di nuovo apparente simulacro di normalita’, muta di significato man mano che gli eventi evolvono.

Difficile, ma necessario, mantenere in questi racconti un angolo di ingresso e di lettura che prescinda dalle contingenze sociali, dal clima dei mesi surreali in cui il libro e’ stato completato.

Marzo del 2020, stagione in cui il concetto stesso di liberta’, di cittadinanza, di responsabilita’ sociale, di relazione umana e’ andato riscritto come mai era successo nel mondo occidentale.

Questi racconti, tuttavia, non ne sono una cronaca.

Sono stati concepiti prima, come bad dream di un Occidente spersonalizzato e funzionale, produttivo e spietato. In cui una fuga a ritroso nelle sensazioni elementari ha il significato di recuperare spazi di senso e ricostruire un orizzonte.

Ma, certamente, oggi che abbiamo avuto riprova di quanto certi mondi e certe dinamiche siano spaventosamente piu’ vicini e possibili di quanto potessimo avere mai immaginato, questi tre movimenti di un delirio assumono un significato ancora piu’ pregnante.

Quello di una bussola che sa orientare, e dare conto della deriva intrapresa sui margini di questi labirinti normalizzati. Per sapersi riconoscere dentro queste stanze di solitudine in cui ogni protagonista – pur nella sconfitta e nell’ineludibilta’ del cambiamento – sembra dire sempre a se’ stesso: ricordati chi eri, ricordati chi sei. E quello che sei e’ un uomo.

Il libro verrà presentato al Diagonal di Forlì l’11 ottobre.

Al momento è acquistabile on line.



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